Contesto di Giappone

Il Giappone (AFI: [ʤapˈpoːne]; in giapponese 日本?, Nihon o ?, Nippon , ufficialmente 日本国?, Nihon-koku o ?, Nippon-koku) è uno Stato insulare dell'Asia orientale. Situato nell'Oceano Pacifico, è limitato a ovest dal Mar del Giappone, a nord dal mare di Ochotsk, a est dall'Oceano Pacifico settentrionale e a sud dal Mar Cinese Orientale. È un arcipelago perlopiù montuoso di 14 125 isole, le cui cinque più grandi sono Hokkaidō, Honshū, Kyūshū, Shikoku e Okinawa, che da sole rappresentano circa il 97% della superficie terrestre del Giappone. Molte isole sono montagne, alcune di origine vulcanica; la vetta ...Leggi tutto

Il Giappone (AFI: [ʤapˈpoːne]; in giapponese 日本?, Nihon o ?, Nippon , ufficialmente 日本国?, Nihon-koku o ?, Nippon-koku) è uno Stato insulare dell'Asia orientale. Situato nell'Oceano Pacifico, è limitato a ovest dal Mar del Giappone, a nord dal mare di Ochotsk, a est dall'Oceano Pacifico settentrionale e a sud dal Mar Cinese Orientale. È un arcipelago perlopiù montuoso di 14 125 isole, le cui cinque più grandi sono Hokkaidō, Honshū, Kyūshū, Shikoku e Okinawa, che da sole rappresentano circa il 97% della superficie terrestre del Giappone. Molte isole sono montagne, alcune di origine vulcanica; la vetta più alta è il Fuji, un vulcano in quiescenza dal 1707. Con una popolazione di circa 126 milioni di abitanti, è l'undicesimo paese più popolato al mondo. La Grande Area di Tokyo, che include Tokyo e numerose prefetture vicine, è la più grande area metropolitana del mondo con oltre 38 milioni di residenti.

Ricerche archeologiche indicano che l'arcipelago è abitato dal Paleolitico superiore e la prima menzione scritta è rintracciabile in un libro di storia cinese del I secolo a.C., il Libro degli Han. Il paese fu a lungo dominato da signori feudali e dalla casta guerriera dei samurai, quindi dal bakufu fino al 1867, quando divenne un impero limitatamente parlamentare. Fu una delle grandi potenze tra il XIX e il XX secolo, fino alla disfatta del 1945, dopo la quale ha imboccato un percorso di democratizzazione: nel 1947 una nuova Costituzione privò l'imperatore del Giappone di numerosi poteri e sancì la rinascita del parlamento.

Grande potenza regionale asiatica, il Giappone è la terza maggiore economia per prodotto interno lordo e la quarta maggiore per potere d'acquisto; è anche il quarto maggiore esportatore e il sesto maggiore importatore a livello mondiale. È inoltre uno stato membro del G7. Il Giappone ha un moderno apparato militare utilizzato per l'autodifesa, per missioni di pace e per aiutare gli alleati all'estero nel rispetto della Costituzione. Si piazza diciannovesimo a livello mondiale per lo sviluppo umano, vanta una qualità di vita molto elevata.

Di più Giappone

Informazioni di base
  • Moneta Yen
  • Nome originale 日本
  • Prefisso telefonico +81
  • Dominio Internet .jp
  • Mains voltage 100V/60Hz
  • Democracy index 8.13
Population, Area & Driving side
  • Popolazione 124631000
  • La zona 377972
  • Lato guida left
Cronologia
  •   Lo stesso argomento in dettaglio: Storia del Giappone.
    Preistoria ed età classica
      Lo stesso argomento in dettaglio: Storia del Giappone.
    Preistoria ed età classica
      Lo stesso argomento in dettaglio: Periodo paleolitico del Giappone, Periodo Jōmon, Periodo Yayoi, Periodo Yamato, Periodo Nara e Periodo Heian.
     Il Giappone durante l'ultimo massimo glaciale nel Pleistocene superiore, circa 20 000 anni fa.

         regioni sopra il livello del mare

         regioni prive di vegetazione

         mare

    Si ritiene che i primi esseri umani, homo sapiens o addirittura erectus, siano arrivati in Giappone circa 200 000 anni fa attraverso istmi che anticamente collegavano le isole al continente. Si trattava di famiglie allargate (100-150 persone) di cacciatori-raccoglitori, che vivevano in rifugi artificiali provvisori (più raramente nelle caverne) e prediligevano la costa e le pianure; i resti scheletrici sinora scoperti, comunque, sono stati datati al massimo a 17 000 anni fa. Uno stile di vita più sedentario e un inizio di civiltà sono stati fatti risalire al 13 000 a.C., quando comparvero vasi in ceramica caratterizzati da una decorazione a cordicella (jōmon) da cui il nome dell'omonimo periodo.[1] Forme di agricoltura primitiva sono attestate dal 4000 a.C. nell'isola di Hokkaidō e nella porzione occidentale del paese (ma il riso arrivò solo intorno al 1000 a.C.) e fece loro eco la nascita di villaggi semi-permanenti, spesso sul litorale; comparvero anche tessuti di canapa (circa 5000 a.C.), si consolidarono le tecnologie per la caccia e cominciarono ad articolarsi i primi culti religiosi intrisi di sciamanesimo e di adorazione del soprannaturale.[2]

    I dati anatomici desunti dagli scheletri e le scoperte archeologiche dimostrano l'esistenza di un "popolo Jōmon" distinto, forse di origini mongoliche, e hanno provato che da esso discesero gli Ainu, veri indigeni giapponesi ma riconosciuti come tali solo nel 1997.[3] L'era Jōmon terminò attorno al 400 a.C., a causa di una probabile invasione o migrazione di massa del popolo Yayoi: si trattava di genti più alte rispetto ai Jōmon, che facevano uso di armi in bronzo e ferro, coltivavano quasi esclusivamente riso e avevano una cultura diversa; si diffusero dalle propaggini sud-occidentali fino all'intero Honshū, mentre l'isola di Hokkaidō rimase impermeabile almeno sino all'VIII secolo d.C., inizio di quella sentita differenza tra giapponesi "veri" (cioè discendenti dagli Yayoi) e Ainu, viva ancor oggi. L'età Yayoi vide una prima gerarchizzazione della società, una più spiccata suddivisione del territorio in risposta al bisogno di terra per coltivare il riso, la nascita di élite guerriere e l'introduzione della schiavitù, l'intensificarsi dei conflitti ma anche dei traffici commerciali; una crescita demografica portò a 2 milioni il totale di abitanti. Questi fattori provocarono una decisa attività politica e la formazione di tanti piccoli regni tribali.[4]

     Hōryū-ji, complesso templare buddhista della città di Ikaruga: kondō, pagoda a cinque piani e porta centrale risalgono al periodo Asuka e sono considerati le più antiche costruzioni in legno esistenti al mondo

    La fine della preistoria nipponica coincide con l'inizio del periodo Yayoi poiché, per la prima volta, si ritrovano tracce scritte sul Giappone in due fonti cinesi, il Libro degli Han e il Libro degli Wei. La prima opera identifica il Giappone come "terra di Wa", suddivisa in oltre cento raggruppamenti tribali. La seconda riporta nel dettaglio la visita di delegati di Wei e descrive il più potente di questi regni, lo Hsieh-ma-t'ai o Yamatai governato dalla regina-sciamana Himiko. Storici e ricercatori, per la gran parte, sono concordi nel localizzare il potentato nella regione di Nara, dove dopo la morte di Himiko (248 d.C.) si sviluppò una prima compagine statale detta appunto Yamato, caratterizzata in particolare dalle architetture funerarie a tumulo kofun. Il clan Yamato riuscì gradualmente a espandersi nelle isole maggiori, dosando le armi e la diplomazia, e fu il capostipite degli imperatori del Giappone: il primo in assoluto pare sia stato un certo Sujin. Nel V secolo il clan Yamato e quindi la famiglia imperiale riuscirono effettivamente a porsi al di sopra dei notabili, che costituivano una scala sociale gerarchica; uno dei mezzi fu l'introduzione del buddhismo dal regno coreano di Baekje, mossa suggerita dal potente clan Soga di origini coreane, sì alleato degli Yamato, ma che puntava anche ad accrescere la sua influenza sulla famiglia imperiale; d'altronde l'imperatore Yōmei pensò che fosse utile disporre di una religione che avvicinasse le varie tribù nipponiche e che conferisse alla sua corte una maggiore dignità. Infatti il periodo Yamato vide l'assimilazione di gran parte della cultura e delle cerimonie cinesi, fondamenta della civiltà giapponese: esponente di questo atteggiamento fu ad esempio il figlio di Yōmei, il principe Umayado imparentato con i Soga. A lui si devono la massiccia diffusione del buddhismo che si affiancò allo shintoismo, la ripresa di stabili relazioni con il rinnovato Impero cinese e la cosiddetta Costituzione di 17 articoli, documento d'ispirazione confuciana che regolava i rapporti tra corte e sottoposti.[5]

    Nel 645 il clan Soga fu scalzato da Fujiwara no Kamatari: a cominciare con lui il clan avrebbe avuto un deciso controllo dell'imperatore e della corte per alcuni secoli, aggiudicandosi in perpetuo la reggenza. Sempre i Fujiwara furono i promotori degli editti di riforma di Taika, che intensificarono l'adozione di pratiche culturali cinesi, e del ritsuryō, un sistema legislativo che centralizzò il potere, strutturò un'efficiente burocrazia e ribadì il primato della famiglia imperiale. Il suo status divino e monarchico fu riconfermato a posteriori dalle cronache epiche Kojiki e Nihon shoki, volute dall'imperatore Tenmu all'inizio dell'VIII secolo: secondo queste opere il primo imperatore fu Jinmu dal 660 a.C., nipote della grande dea shintoista Amaterasu. Negli stessi decenni si verificò una decisa crescita demografica, cui fece riscontro un affinamento e un aumento delle tassazioni sulla terra, che fu nazionalizzata; inoltre, in questo stesso periodo si affermò l'uso, tra i membri del ceto dominante, dell'espressione Nihon (日本?) per indicare lo Stato emergente.[6]

    Una capitale fissa (sino ad allora la corte era itinerante) fu fondata nel 710 e battezzata Heijō-kyō, antico nome dell'attuale Nara, secondo le tecniche urbanistiche cinesi; essa divenne il fulcro del buddhismo in Giappone - l'imperatore Shōmu vi fece costruire il grandioso Tōdai-ji - e proprio l'enorme influenza politica dei monaci convinse la corte ad andarsene nel 784. Nel 794 una nuova capitale fu fissata a Heian-kyō, o più semplicemente Kyoto, sede della monarchia nipponica per oltre un millennio.[7] Furono raggiunti notevoli livelli di raffinatezza, nacquero e si articolarono arte, poesia e letteratura autoctone ma, in contemporanea, la monarchia perse progressivamente autorevolezza e influenza a causa dell'abuso della reggenza e dell'abdicazione (tecnica usata dalla famiglia imperiale per ostacolare i Fujiwara). Anche la stanzialità dei grandi aristocratici a corte rese invalsa la pratica di nominare amministratori e guardiani delle terre, spesso esentate dalle tasse. Peraltro la costruzione di ricchi templi buddhisti e le spese necessarie alla corte si tradussero in pesanti tassazioni per la popolazione, cresciuta nei secoli e legata all'agricoltura: unitamente a tecnologie inadatte, cicliche carestie e lottizzazioni, questi problemi convincevano molte famiglie contadine a porsi sotto la protezione degli amministratori. Costoro si rafforzarono progressivamente e divennero capaci di armare proprie milizie, formate da samurai.[8]

    Nel 1156 il clan Taira, forte dell'appoggio di parte dei nobili emancipatisi e delle loro truppe, rovesciò i Fujiwara e ne prese il posto. Tuttavia lotte intestine favorirono Minamoto no Yoritomo che, dopo alcuni anni di battaglie, conquistò Kyoto nel 1183 e annientò i Taira nel 1185, anno nel quale si concluse l'epoca Heian. Come risultato della guerra civile e di contemporanei disastri naturali, il paese era in rovina e la popolazione alla fame.[9]

    Età medievale
      Lo stesso argomento in dettaglio: Periodo Kamakura, Periodo Muromachi, Periodo Sengoku e Periodo Azuchi-Momoyama.
     Minamoto no Yoritomo, primo shōgun permanente in Giappone

    Yoritomo non intendeva però togliere di mezzo la famiglia imperiale. Al contrario, si fece investire della sua autorità mediante la nomina a shōgun (1192), una carica che risaliva alle antiche campagne militari nell'Honshū settentrionale: Yoritomo la rese permanente ed ereditaria, l'arricchì di un significato amministrativo e trasferì il baricentro del suo potere a Kamakura, nella pianura di Kantō sede dei Minamoto. L'imperatore e la corte rimasero a Kyoto, inaugurando un dualismo sbilanciato in favore dello shōgun.[10] Yoritomo formò una rete di signori-vassalli simile ai sistemi feudali occidentali per controllare la nazione, nominandoli amministratori o protettori; si costituì così un ceto militare che organizzava i numerosi possedimenti come riteneva più congeniale, ma che riscuoteva le tasse per il bakufu (vale a dire il governo shogunale), gli doveva obbedienza e gli forniva armati in caso di necessità. Diffidente e sospettoso, Yoritomo morì nel 1199 e lasciò solo due giovani figli che, dopo un breve intermezzo di congiure e omicidi, furono scavalcati dalla madre e vedova Hōjō Masako. Ella assicurò il controllo della carica alla sua famiglia e le applicò la reggenza; i suoi successori mantennero saldo il controllo sulla corte, favorirono il buddhismo Zen e cercarono di frenare il proselitismo del buddhismo Nichiren strutturatosi attorno alla metà del XIII secolo. Gli Hōjō coordinarono anche le risorse militari giapponesi per respingere le tentate invasioni della dinastia Yuan mongola – gravi minacce che contribuirono a rafforzare il predominio della famiglia. Le due spedizioni mongole (1274 e 1281) fallirono in buona misura a causa di violenti uragani, battezzati dai giapponesi kamikaze e da allora idolatrati come manifestazione del divino favore di cui godeva il Sol Levante.[11]

    Il pericolo d'invasione giustificò un continuo stato di allarme e forti spese militari che, col tempo, alienarono agli Hōjō buona parte della nobiltà guerriera. Nel 1333 il dinamico imperatore Go-Daigo sobillò una ribellione che si concluse con il massacro del clan; il sovrano, intenzionato a ristabilire il potere temporale della famiglia, fu però a sua volta tradito dal condottiero samurai Ashikaga Takauji, lontano parente dei Minamoto. Egli cacciò Daigo da Kyoto, il quale fondò a Nara una seconda corte imperiale che sopravvisse sino al 1392 (periodo Nanboku-chō); Takauji nominò successore il giovane Kōmyō e da questi si fece proclamare shōgun nel 1338: a differenza degli Hōjō, fissò il bakufu nella stessa capitale, precisamente nel quartiere di Muromachi.[12] Egli riciclò le strutture feudali dei predecessori, ma non aveva né terre con cui comprare la fedeltà di governatori e protettori, né il carisma necessario; la sua posizione fu indebolita anche da congiure interne al suo stesso clan. Ashikaga Yoshimitsu fu l'ultimo del casato che seppe tenere a bada i nobili: fu lui a inventare per sé la figura di "shōgun in ritiro" e a riallacciare stabili relazioni con l'Impero cinese Ming, proclamandosene suddito. Inoltre sotto gli Ashikaga l'agricoltura migliorò tecniche e sementi e garantì derrate alimentari regolari; ma il XV secolo fu segnato dall'anarchia. Infatti dalla morte di Yoshimitsu (1408) lo shogunato fu marginalizzato dalle numerose famiglie escluse dalla corte che presero il controllo delle terre loro affidate, tennero per sé le rendite e costituirono propri eserciti di samurai; i capofamiglia divennero noti come daimyō e ben presto scatenarono un terribile conflitto, la guerra Ōnin (1467-1477). S'inaugurò così il sanguinoso periodo Sengoku, durante il quale si ebbero l'arrivo degli europei e l'introduzione in gran numero delle armi da fuoco. Il caos imperante e la frammentazione politica fornirono lo spunto per la formazione del teatro tragico nō e per la sistemazione organica del bushido (forte fu l'apporto del pensiero zen), ma fecero anche emergere Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu.[13]

     I tre grandi unificatori del Giappone. Da sinistra a destra: Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu.

    Oda era uno stratega feroce e di grande acume che, dal piccolo dominio di famiglia a Owari, occupò buona parte del Giappone di allora cogliendo una serie di grandi vittorie, come quella di Nagashino (1575), le quali furono possibili grazie anche all'impiego massiccio di armi da fuoco. Conquistò Kyoto in nome degli Ashikaga ormai al crepuscolo, tanto che riuscì a mettere da parte l'ultimo shōgun Ashikaga Yoshiaki, e si costruì il sontuoso castello di Azuchi; si occupò anche di sterminare il clero buddhista per distruggerne il potere temporale. Tra gli altri provvedimenti lanciò l'unificazione di pesi e misure e ordinò un inventario di tutte le armi nel paese, allo scopo di confiscarle. I suoi piani di conquista integrale del paese terminarono però nel 1582 con il tradimento di suoi generali e il suo suicidio.[14] La sua eredità fu raccolta da Toyotomi, divenuto da soldato uno degli ufficiali più abili di Oda. Egli sconfisse i traditori, si fece elargire le cariche di kanpaku e taikō, piazzando sotto il proprio controllo il piccolo Oda Hidenobu; sconfisse quindi i troppo autonomi daimyō Shimazu del dominio di Satsuma e stipulò un'alleanza con il potente clan Mōri. Quali strumenti per consolidare la sua posizione e impedire la ricaduta nelle guerre civili, Toyotomi istituzionalizzò la pratica di tenere in ostaggio le famiglie dei daimyō nel suo castello di Momoyama, redistribuì feudi e terre, potenziò e completò nel 1588 la confisca delle armi – fu così sancita la netta divisione tra popolani e samurai/bushi. Nel 1591, infine, ridusse all'obbedienza l'Honshū settentrionale e completò l'unificazione nazionale. Toyotomi dovette inoltre occuparsi di come agire con gli occidentali, arrivati in Giappone nel 1543 e che, oltre alle armi, avevano portato anche il cristianesimo (con Francesco Saverio e poi Alessandro Valignano): consentì alla continuazione degli scambi commerciali ma con i cristiani si risolse ad adoperare misure repressive. Nel 1592 aggredì la Corea senza successo e ritentò nel 1597, ma la seconda spedizione fu annullata al momento della sua morte l'anno successivo. Toyotomi aveva già creato uno speciale consiglio di reggenza che vegliasse su suo figlio infante, ma i suoi membri cercarono subito di assicurarsi la successione; scoppiò una guerra civile che nella battaglia di Sekigahara (1600) vide trionfare Tokugawa Ieyasu, già uomo di Oda e signore di vasti possedimenti avuti nel 1590 proprio di Toyotomi, tra i quali il più importante era la pianura del Kantō con la capitale Edo. Ieyasu fu nominato shōgun e, nel 1615, annientò definitivamente i Toyotomi a Osaka.[15]

    Periodo Edo
      Lo stesso argomento in dettaglio: Periodo Edo e Bakumatsu.
     Una nave shuinsen: sino al 1639 fu il vettore dei commerci nipponici con l'Asia e gli europei

    Tokugawa Ieyasu morì nel 1616, ma la famiglia seppe conservare con abilità il proprio predominio attraverso una serie di misure. La prima fu quella di distinguere i fudai daimyō ("interni") e i tozama daimyō ("esterni"): i primi, che erano i più fedeli, si imparentarono con i Tokugawa ed ebbero anche rettifiche o aggiunte ai propri domini; i secondi raggruppavano i vecchi nemici o i clan poco affidabili, solitamente localizzati nelle zone periferiche del Giappone e oggetto di intromissioni dello shogunato riguardo alle politiche matrimoniali o alle successioni. Erano però, quasi sempre, i daimyō con i territori più estesi. Tokugawa Hidetada ideò poi il sankin kōtai, che regolamentava e intensificava la pratica di tenere in ostaggio le famiglie di tutti i signori, questa volta a Edo (intanto divenuta una grande città). I Tokugawa si assicurarono poi che ogni dominio avesse un solo castello e che, regolarmente, inviasse a Edo un elenco di ricchezze ed entrate: in questo modo il bakufu poteva commissionare opere di pubblica utilità e monitorare le finanze del ceto. L'imperatore fu lasciato a Kyoto con la corte e, per quanto circondato da un alone sacro, era utile per lo più a legittimare lo shogunato. I Tokugawa escogitarono quindi una piramide sociale sottostante a casata imperiale, bakufu e aristocratici che, dall'alto in basso, poneva i samurai, i contadini e i mercanti; era tesa a fornire una serie di leggi e disposizioni che dovevano assicurare a tutti un posto nella comunità ma, in realtà, consentiva una certa mobilità. Nel 1639 Tokugawa Iemitsu, dopo una rivolta popolare cui parteciparono cristiani giapponesi, emanò un editto che diede inizio a una politica isolazionista nota come sakoku: contatti e influenze esterne furono respinti o attentamente selezionati; i portoghesi, noti cristianizzatori, vennero espulsi dal loro scalo commerciale a Nagasaki e Dejima, dove furono sostituiti dagli olandesi, a loro volta trasportati con la forza dalle autorità dal precedente avamposto commerciale di Hirado. Scambi commerciali scrupolosamente regolati poterono continuare solo attraverso il Satsuma (che, per concessione dello shōgun, conquistò le isole Ryūkyū), il porto di Nagasaki, Tsushima e Hokkaidō, lungo le cui coste sorse comunque una rete di empori e stazioni. Il sistema delle navi shuinsen fu smantellato. La repressione del cristianesimo, d'altro canto, fu ripresa e lo shogunato arrivò vicino a eradicare la religione.[16]

     Una delle "navi nere" in un'illustrazione giapponese coeva

    Il Giappone consolidò l'unità politica, amministrativa e istituzionale ma assistette a due importanti, ancorché lente, trasformazioni sociali. I samurai, essendo venute meno le guerre, divennero un ceto di amministratori parassitario al servizio dei daimyō; nelle grandi città, specie il porto-magazzino di Osaka, sorse il ceto mercantile chōnin che sfruttò le grandi disponibilità di denaro per infiltrarsi nei ceti superiori o per divenire creditori dei signori e dei samurai più importanti, le cui entrate si basavano sullo sfruttamento della classe contadina.[17] I samurai soprattutto furono accaniti lettori delle opere scientifico-culturali occidentali, una cui limitata circolazione era tollerata dallo shogunato. Questi studi ebbero comunque poca influenza sull'originale evolversi della civiltà giapponese, sullo shintoismo e sugli usi sociali. Eppure il sakoku cominciò a incrinarsi all'inizio del XIX secolo: spese eccessive, tasse esose, alcune sollevazioni contadine, rinnovato dinamismo politico dei daimyō e di Kyoto, visite o richieste di sosta da parte di bastimenti europeo-statunitensi in aumento. Fu anzi Tokugawa Ienari che, per scongiurare un'espansione russa nell'Hokkaidō, cercò di assimilare gli Ainu tra 1799 e 1821.

    Dal 1825 si dispose la cacciata violenta di ogni nave straniera ma, dopo l'incredibile disfatta della dinastia Qing per mano britannica nel 1842, l'ordine fu annullato; tuttavia Nagasaki fu confermato unico porto aperto agli stranieri. Nel luglio 1853 quattro unità da guerra statunitensi arrivarono al largo della baia di Edo e il comandante, commodoro Matthew Perry, assunse un atteggiamento intimidatorio che alla fine convinse gli inviati del bakufu a portare una lettera presidenziale all'imperatore. Perry tornò nel febbraio 1854 e i funzionari shogunali sottoscrissero la convenzione di Kanagawa: era l'inizio dell'epoca dei trattati ineguali e della forzata apertura del Giappone (1854-1866), che costituirono una forte umiliazione per lo Stato nipponico.[18] In particolare i grandi aristocratici e il bakufu erano divisi sull'opportunità di abbandonare del tutto l'isolazionismo oppure cercare di rinnovarlo; si generò una crisi politica tale che nel 1868 scoppiò la guerra Boshin tra le forze dello shogunato da una parte e un inedito schieramento imperiale dall'altro, composto in particolare dai tozama Satsuma, Chōshū, Hizen e Tosa e che aveva dalla sua parte il sovrano Kōmei. La guerra civile si concluse nel 1869 con la deposizione dell'ultimo shōgun Tokugawa Yoshinobu e il trionfo della fazione imperiale che, intanto, aveva visto salire al trono il giovane imperatore Mutsuhito.[19]

    Età contemporanea Grande potenza e disfatta
      Lo stesso argomento in dettaglio: Periodo Meiji, Periodo Taishō e Periodo Shōwa.
     L'Imperatore Meiji

    Mutsuhito era un adolescente che fu circondato da una schiera di uomini provenienti soprattutto da Satsuma e Chōshū, quasi sempre samurai che avevano avuto modo di studiare le lingue o le opere occidentali. Divenuti poi noti come genrō, avevano combattuto per restaurare l'imperatore ed espellere gli occidentali. In realtà compresero che imparare dai cosiddetti "barbari" era la chiave per evitare di divenire un protettorato, colonia o comunque di condividere il destino dell'Impero cinese.[20] Furono costoro a dare vita al rinnovamento Meiji: il Giappone si dotò di un parlamento bicamerale, di un esecutivo e di una corte di giustizia con i codici più recenti; una Costituzione ispirata al modello prussiano entrò in vigore nel 1889 e consacrò l'imperatore (ora a Edo, ribattezzata Tokyo) come fonte della legge, capo delle forze armate e decisore politico. Fu redatto un aggiornato catasto e nel 1873 un'imposta unica sulla proprietà terriera garantì entrate al governo. La piramide sociale Tokugawa fu dissolta, gli ex-daimyō furono indennizzati e gli antichi domini trasformati in prefetture; per i samurai non fu fatto nulla del genere ed essi dovettero cercare un'occupazione – molti confluirono nelle nuove forze armate imperiali il cui patrono spirituale fu Yamagata Aritomo. Nel 1877 il nuovo Esercito soffocò una rivolta capitanata da Saigō Takamori, uno dei genrō rimasto deluso dai provvedimenti presi dai suoi colleghi. Il rinnovamento interessò soprattutto il settore industriale, realizzato quasi dal nulla spremendo le campagne, e vide la nascita degli zaibatsu, grandi agglomerati a guida familiare e con proprie banche; una Banca del Giappone fu istituita nel 1882. Ancora, si assisté all'impetuosa posa di ferrovie, alla diffusione del telegrafo, al rapido formarsi sia di un'opinione pubblica sia di partiti politici. In generale, però, il potere rimase saldamente nelle mani della famiglia imperiale (oggetto di un rinnovato e sentito culto) e soprattutto dei genrō: ad esempio Itō Hirobumi fu primo ministro quattro volte, Yamagata tre volte capo di stato maggiore dell'Esercito e poi primo ministro, Inoue Kaoru fu l'artefice della riforma agricola e fu ministro in quattro diversi dicasteri. Le nuove capacità produttive e finanziarie furono in gran parte investite in infrastrutture e nella creazione di forze armate moderne, utili a difendere il paese ma anche per proteggere o espandere gli interessi nipponici nell'Asia nord-orientale e nel Pacifico.[21]

    Entrato nell'età industriale, il Giappone aveva scarse risorse interne (materie prime o mercati che fossero) e, guidato anche dal timore di essere minacciato dalle potenze occidentali (soprattutto l'Impero russo), intraprese due conflitti decisivi. La prima guerra sino-giapponese (1894-1895) fruttò una lauta indennità e l'isola di Formosa, ma al contempo scatenò preoccupazioni nelle potenze europee circa la debolezza della Cina e la sorprendente trasformazione del Giappone. In particolare i rapporti con la Russia, insediatasi in Manciuria, peggiorarono al punto che Tokyo mosse guerra all'Impero zarista (1904-1905). Dopo la sanguinosa battaglia di Mukden e la grande vittoria a Tsushima fu firmata la pace: per la prima volta una nazione asiatica aveva vinto una potenza europea. Il Giappone, pur finanziariamente stremato, annetté metà dell'isola di Sachalin e incorporò la concessione del Kwantung ex-russa; nel 1910 poté intervenire senza remore in Corea e la ridusse a colonia, quindi nel 1911 i trattati ineguali furono rimpiazzati da accordi paritari. Quattro anni più tardi l'Impero giapponese intervenne nella prima guerra mondiale e conquistò rapidamente tutti i possedimenti tedeschi a nord dell'equatore (Tsingtao, isole Caroline, isole Marianne, eccetto Guam statunitense, isole Marshall); alla conferenza di pace del 1919 si vide riconosciuti gli arcipelaghi nella forma di un Mandato del Pacifico meridionale concesso dalla Società delle Nazioni, inedita assemblea internazionale della quale il Giappone fu cofondatore assieme alle grandi potenze di allora. In appena vent'anni era riuscito a entrare nel consesso degli Stati più influenti e a ritagliarsi un proprio impero coloniale.[22]

     L'Impero giapponese e l'Estremo Oriente nel 1939

    Nel frattempo la scomparsa progressiva dei genrō, la morte di Mutsuhito (1912) e l'arrivo al trono del debole Taishō posero le premesse per la cosiddetta democrazia Taishō. Durante gli anni venti, dopo una grande crescita economica favorita dalla guerra, il Giappone dovette però affrontare una forte recessione, le spese cagionate dal grande terremoto del Kantō del 1923, una grave crisi finanziaria nel 1927 e infine i contraccolpi della Grande depressione (1929); la miseria diffusa nelle campagne e gli scandali che coinvolsero partiti e zaibatsu contribuirono alla nascita di un ultranazionalismo militarista e anti-occidentale che si diffuse soprattutto tra sottufficiali e ufficiali inferiori. Lo stesso esercito imperiale, peraltro, era scosso dalle lotte tra le fazioni Kōdōha e Tōseiha, mentre nel Kwantung il sodalizio tra la potente compagnia Mantetsu e l'Armata del Kwantung costituì un polo di potere semindipendente, che vide come una sciagura lo stabilirsi della Repubblica nazionalista cinese. La firma dei trattati navali di Washington (1922) e di Londra (1930), infine, scatenò rancori e insubordinazione anche nella Marina imperiale. Dal 1930 si verificarono una serie di attentati contro le istituzioni e gli zaibatsu e furono svelate addirittura congiure per una non meglio precisata "restaurazione Shōwa" (dal nome dell'era di Hirohito, imperatore dal 1926). Ufficiali dell'Armata del Kwantung, che vedevano la Manciuria come soluzione ai problemi economici, la occuparono con un pretesto nel 1931, causando l'abbandono della Società delle Nazioni (1933). Gli episodi di sangue e di ribellione ebbero il culmine con l'incidente del 26 febbraio 1936: la sommossa nella capitale fu soffocata e la Kōdōha eliminata, ma le forze armate avevano aumentato la presa sia sulla popolazione, sia sulle istituzioni; le idee di espansione imperiale, di un progetto volto a unire sotto l'ala giapponese l'Asia orientale erano tipiche anche della Tōseiha e trovarono molti sostenitori, compreso il principe Fumimaro Konoe, primo ministro dal giugno 1937. Egli e Hirohito, due mesi dopo, non obiettarono alla conquista di Pechino dopo un incidente minore con i soldati nazionalisti, prologo della seconda guerra sino-giapponese: intrapresa con iniziale superficialità, divenne un incubo logistico e militare per l'Esercito imperiale che vi impegnò gran parte delle sue divisioni.[23]

     Il fungo nucleare su Nagasaki, 9 agosto 1945

    A metà anni trenta il Giappone denunciò i trattati navali e si avvicinò alla Germania nazista e all'Italia fascista, che contestavano l'ordine mondiale di Versailles. Nel 1936-37 queste tre potenze si unirono nel patto anticomintern contro l'Unione Sovietica, elemento di preoccupazione per il Giappone e la sua politica continentale. Al confine con la Manciuria si erano verificati svariati incidenti, l'ultimo dei quali sfociò nella battaglia di Khalkhin Gol nel 1939, una vittoria sovietica che infranse la strategia detta hokushin-ron. Il Giappone, affamato di materie prime per i crescenti impegni bellici e poi per i primi embarghi economici da parte di Stati Uniti, Impero britannico e Regno dei Paesi Bassi, iniziò una penetrazione economico-militare nel Sud-est asiatico, in ciò facilitato dai trionfi tedeschi in Europa. Diplomaticamente isolato e colpito da sanzioni che alimentarono una mentalità da assediato, il Giappone firmò con la Germania nazista e l'Italia fascista il patto tripartito[24], quindi tra il settembre 1940 e l'estate 1941 occupò l'Indocina francese: queste azioni furono giudicate inaccettabili dalle potenze anglosassoni che subito fermarono le vitali vendite di petrolio e numerosi altri materiali al Giappone, imitati dalle Indie orientali olandesi. Il governo del principe Konoe cercò una soluzione diplomatica, ma non volle cedere nessuna delle conquiste effettuate dal 1931 ed era pressato dalle forze armate, spectaliaie dalla Marina imperiale per le calanti scorte di combustibili. Nell'ottobre 1941 si formò un nuovo esecutivo guidato dal generale Hideki Tōjō che, alla fine, dette ordine di procedere con l'attacco di Pearl Harbor e attuare i piani di espansione verso sud (nanshin-ron), già preparati durante il mandato di Konoe. Il 7 dicembre 1941 le portaerei sorpresero a Pearl Harbor la United States Navy e, contemporaneamente, scattarono le operazioni contro i possedimenti occidentali nel Pacifico; in pochi mesi l'Impero giapponese stabilì effettivamente una Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale e l'intero conflitto sino-nipponico confluì nella seconda guerra mondiale.[25]

    Inizialmente trionfante, il Giappone dovette segnare battute d'arresto con la battaglia del Mar dei Coralli (maggio 1942) e la battaglia delle Midway (giugno 1942); il punto di svolta fu la difficile campagna di Guadalcanal, vinta dagli Alleati nel febbraio 1943. Da allora, compresso su tutti i fronti, il Giappone perse progressivamente l'iniziativa militare e l'appoggio di quelle élite indigene che avevano accolto bene la cacciata degli ex padroni coloniali. Gravi disfatte navali come quella del Mare delle Filippine (giugno 1944) si sommarono a disastrose sconfitte in Birmania, nelle Filippine e all'incremento vertiginoso di crimini di guerra di ogni sorta. Solo sul vasto fronte cinese il Giappone fu capace di mantenere le conquiste fino all'ultimo e anzi di passare alla controffensiva, pur senza cogliere decisivi successi strategici. Nel 1945 le battaglie di Iwo Jima e di Okinawa presagirono l'invasione statunitense delle isole metropolitane, per le quali si preparò una difesa all'ultimo sangue. Tuttavia i distruttivi bombardamenti strategici, il blocco navale, soprattutto i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki e l'attacco in massa sovietico in Manciuria convinsero Hirohito e la dirigenza politico-militare ad accettare la dichiarazione di Potsdam. La resa del Giappone fu effettiva il 2 settembre 1945, suggellando la distruzione completa del paese e la sua subordinazione alle autorità d'occupazione statunitensi, rette dal generale Douglas MacArthur in qualità di Comandante supremo delle forze alleate (SCAP).[26]

    Il dopoguerra come potenza economica mondiale
      Lo stesso argomento in dettaglio: Periodo Shōwa.
     Il generale MacArthur e l'imperatore Hirohito si incontrarono poco dopo la fine della guerra

    MacArthur godeva del pieno appoggio di Washington e di vasti poteri; incontrò anche di persona Hirohito ed ebbe quasi carta bianca per la democratizzazione, demilitarizzazione e deindustrializzazione del Giappone. Le forze armate imperiali furono smobilitate e sciolte, fu intrapresa una massiccia epurazione di istituzioni e burocrazia, ma l'impalcatura imperiale fu tenuta in essere e lo stesso Hirohito rimase sul trono, previa la negazione della sua natura divina; nel 1947 entrò in vigore una nuova Costituzione del Giappone, ispirata a quella statunitense che, oltre a inglobare i provvedimenti già attivati, garantì i diritti fondamentali, il suffragio universale, la parità dei sessi, separò lo Stato dallo shintoismo e dichiarò nell'articolo 9 la «rinuncia alla guerra come diritto sovrano della nazione». Nel 1948 si concluse anche il controverso processo di Tokyo: infatti gli occupanti statunitensi fecero in modo di escludere sia Hirohito sia la famiglia imperiale dal procedimento (contro il parere anche di alcuni giapponesi) e, persino, insabbiarono la vicenda dell'Unità 731 in cambio dei risultati ottenuti dagli scienziati nipponici con anni di esperimenti su cavie umane. In ambito economico, già alla fine del 1945, iniziò lo smantellamento degli zaibatsu, la requisizione di macchinari e nel 1947 fu varata una legge antimonopolio. Fu poi introdotta una vasta riforma agraria che favorì i piccoli proprietari e altre norme riconobbero i diritti dei lavoratori, fecero rinascere i sindacati e, soprattutto, i partiti (nel 1940 erano tutti confluiti nel Taisei Yokusankai). Tra le nuove formazioni si segnalarono il Partito democratico e il Partito liberale di Shigeru Yoshida che, nel 1955, li fuse in un Partito liberaldemocratico (PLD) che avrebbe monopolizzato l'esecutivo giapponese nei decenni successivi. Yoshida si allineò a un'opera di censura dello SCAP nell'ambito dell'istruzione e fu d'accordo con la proibizione di un grande sciopero previsto nell'aprile 1947, impedito da MacArthur perché capeggiato dal leader di sinistra Yashirō Ii.[27]

     Uno scorcio di Tokyo negli anni settanta. In seguito al boom economico del secondo dopoguerra il Giappone divenne la terza potenza economica mondiale.

    Proprio la paura del comunismo e l'inizio della Guerra fredda fecero cambiare la politica giapponese degli Stati Uniti. MacArhtur fece modificare le leggi antimonopolio per ricostituire gli zaibatsu (visti come necessari e in seguito sostituiti dai keiretsu) e furono restituite le apparecchiature; arrivarono due miliardi di dollari di finanziamento e nacque un Ministero del commercio internazionale e dell'industria (MITI) per coordinare governo, imprese industriali e burocrazia e pilotare lo sviluppo economico. Altri fattori che favorirono il cosiddetto miracolo economico giapponese furono la guerra di Corea (con le necessità delle forze della coalizione) e la voglia di ricominciare della popolazione, pronta a sacrifici e usa a ordine, obbedienza, impegno sul lavoro. Tra 1950 e 1973 – grazie anche alla continuità politica – l'economia nipponica crebbe annualmente a una media del 10%, i salari triplicarono, il potere d'acquisto incrementò nettamente, la forza lavoro abbandonò in massa le campagne per soddisfare le richieste del secondario e del terziario, ci fu un'impennata nell'edilizia e nel saldo naturale. Alla vigilia della crisi petrolifera il Giappone era la terza potenza economica mondiale, leader nella produzione di navi, televisori e radio. Nel 1952, intanto, era tornato pienamente indipendente con il trattato di San Francisco ed era stato ammesso nell'ONU nel 1956. La posizione geopolitica del paese nella Guerra fredda, però, aveva comportato due importanti decisioni: un trattato di sicurezza con gli Stati Uniti, concluso nel 1951 e tramutato poi in un trattato di mutua cooperazione (1960), e la rinascita di forze armate nazionali dette Jieitai (1954), cui fu destinato, per consuetudine, non più dell'1% del PIL annuo.[28] Questo allineamento militare con gli Stati Uniti non fu ben accolto della popolazione e, a inizio anni sessanta, si verificarono massicce contestazioni studentesche, a loro volta causa di smodate risposte dall'estrema destra. Il governo dovette poi fare i conti con le rivendicazioni dei lavoratori e talvolta con scioperi, dei quali due particolarmente gravi – quello della Nissan Motor nel 1953 (finito con l'istituzione dei sindacati d'impresa) e quello delle miniere di carbone di Miike, giustificato dalla decisione degli esecutivi di Nobusuke Kishi e Hayato Ikeda di rimpiazzare il carbone con il petrolio, in ultimo effettuata.[29]

    Nell'ottobre 1973 la crisi petrolifera, perciò, colpì duramente il Giappone che allora attingeva oltre il 90% del greggio di cui aveva bisogno proprio dal Medio Oriente; per la prima volta dal 1945 la crescita economica fu negativa. I governi Tanaka e Miki, assieme al MITI, adottarono rapidamente la delocalizzazione degli impianti industriali, la promozione del risparmio energetico e investimenti nei settori a basso consumo, che in un paio d'anni consentirono di superare la crisi. Nel 1975 il PIL riprese ad aumentare annualmente del 4%. Questa specie di "secondo miracolo" impressionò numerose nazioni occidentali ancora in difficoltà e generò anche sia risentimento, sia una versione economica di "pericolo giallo" che, ad esempio, suggerì al presidente Richard Nixon mosse protezionistiche contro Tokyo. In risposta il Giappone abbandonò il sistema aureo. Le tensioni con le altre potenze del blocco occidentale divennero tali che fu necessario regolare i tassi di cambio con l'accordo del Plaza (1985), che svalutò il dollaro statunitense. Ciononostante, lo yen acquisì maggiore solidità e le merci nipponiche continuarono a essere prevalenti sui mercanti americani; la ricchezza del Giappone visse anzi un'impennata quando il governo decise, negli anni ottanta, di sollecitare la domanda interna concedendo in prestito grosse somme a bassissimo tasso d'interesse, garantite con i prezzi dei terreni. Si generò così una bolla speculativa che, per alcuni anni, rese quella giapponese l'economia più dinamica del pianeta. L'opinione pubblica del paese, pur rinnovando la fiducia al PLD e al ceto politico, denunciò comunque un uso non corretto della ricchezza nipponica che, per esempio, non era investita nel rinnovamento di gran parte delle infrastrutture in cattive condizioni. Altre problematiche riguardavano la corruzione (scandalo Lockheed, scandalo Recruit), la carenza di assistenza sanitaria, l'inquinamento, la quasi assenza di verde pubblico nelle grandi metropoli, l'uso della fossa biologica per oltre il 50% delle abitazioni private. In ambito estero persistevano i timori che il Giappone «stesse comprando il pianeta» e l'isteria fu tale da giustificare atteggiamenti razzisti o offensivi; in risposta, intellettuali e politici giapponesi nutrirono un rinato sentimento nazionalista che assunse tinte sempre più preoccupanti, esemplificate dalla visita al santuario Yasukuni che il primo ministro Yasuhiro Nakasone compì nel 1985 e dal revisionismo storiografico nel ministero dell'istruzione. Nel 1989, tuttavia, la morte di Hirohito a gennaio e lo scoppio della bolla in autunno a causa di un'inflazione galoppante posero fine a un'epoca.[30]

    Dalla crisi degli anni novanta al XXI secolo
      Lo stesso argomento in dettaglio: Periodo Heisei e Periodo Reiwa.
     Jun'ichirō Koizumi, uno dei maggiori protagonisti della vita politica giapponese del dopoguerra

    Il nuovo monarca, Akihito, iniziò a regnare in un momento estremamente difficile per il Giappone. La fine della bolla speculativa provocò un crollo verticale dell'economia che registrò cali anche dell'11%; potere d'acquisto e salari si contrassero e fu necessario chiamare dall'estero degli esperti per salvare decine di grandi ditte. La crisi fu uno schiaffo morale umiliante e smentì certezze quali il cosiddetto "impiego a vita", con licenziamenti in massa; tensioni e rancori con le altre potenze rientrarono rapidamente ma, d'altro canto, fu denunciato un aumento nella media annuale di suicidi e crimini tra la popolazione maschile. Neppure il potente PLD uscì incolume dai contraccolpi finanziari: nello stesso 1989 il primo ministro Noboru Takeshita, che aveva preso il posto di Nakasone nel 1988, dovette dimettersi per corruzione. Il suo successore al governo e alla testa del partito fu del pari scalzato da uno scandalo e, perciò, una parte dell'elettorato si rivolse al Partito Socialista Giapponese che, alle elezioni anticipate del 1990, conquistò diversi seggi nella Dieta. Il PLD cercò di mantenersi al potere con Kiichi Miyazawa, peraltro già implicato nello scandalo Recruit: egli non fu capace di risollevare gli stipendi e il tenore di vita e nel 1993 dovette farsi da parte. Intanto il Partito Socialista, ribattezzatosi Partito Socialdemocratico, aveva animato una variegata alleanza all'opposizione che pose all'esecutivo Morihiro Hosokawa (Partito della rinascita); anch'egli, però, fu travolto da scandali e accuse. La situazione fu sbloccata da una impensabile alleanza tra PSD e PLD che nel 1994 sfiduciò l'effimero esecutivo Hata, vinse le ennesime elezioni e costituì un governo guidato dal socialista Tomiichi Murayama. La stabilità raggiunta era però fragile e l'opinione pubblica condannò l'operato dei socialdemocratici tanto che, a nuove elezioni nel 1996, consegnò la maggioranza assoluta al PLD e al suo nuovo primo ministro; i conservatori erano così riusciti a tornare il partito più forte, mentre il PSD vide progressivamente calare i propri seggi. Il PLD continuava comunque a essere al centro di accuse, scandali e corruzioni e soltanto nell'aprile 2001 l'arrivo del riformista Jun'ichirō Koizumi segnò la ripresa di un governo stabile e duraturo. Sotto il suo mandato l'economia segnò una debole ripresa dell'1-2% annuo e nel 2004 la disoccupazione si stabilizzò al 5%.[31]

     L'attentato alla metropolitana di Tokyo del 1995 fu il più sanguinoso atto di terrorismo nella storia del Giappone

    In ogni caso gli anni novanta divennero il "decennio perduto" anche per una generale ansia tra la popolazione: indebolimento delle tradizioni e dell'etica, frammentazione del nucleo familiare, paura e insicurezza sia per tracollo finanziario sia per atti terroristici impressionanti. Il senso diffuso di sconfitta, di aver sprecato i sacrifici compiuti sin dagli anni cinquanta, si amalgamò alla presa di coscienza della dilagante corruzione della classe politica: perciò nei convulsi cambiamenti a cavallo tra XX e XXI secolo l'affluenza alle urne calò decisamente (appena il 27% degli aventi diritto votò nel novembre 2003). L'indebolimento economico esacerbò anche il problema dell'invecchiamento della popolazione, in termini di strutture, sanità e pensioni; un senso di disgregazione sociale rafforzò anche il fenomeno degli hikikomori. L'esecutivo Koizumi rispose con nuove norme su assicurazioni mediche per gli anziani, abbracciò la decentralizzazione e la privatizzazione per tagliare la spesa pubblica, nel 2002 introdusse "zone speciali" che potevano derogare entro un certo limite dalle leggi e, così, facilitare la ripresa economica. Pochi cambiamenti, invece, si verificarono nell'atteggiamento del Giappone verso il proprio passato imperialista; alla morte di Hirohito non ci furono in pratica dichiarazioni ufficiali e, al contrario, Koizumi rinnovò le visite al tempio Yasukuni in qualità di capo di Stato. In ambito internazionale Koizumi rafforzò la collaborazione politico-militare con Washington dopo un peggioramento delle relazioni con la Corea del Nord, al punto da inviare effettivi della Jieitai in Iraq e portando in auge la questione dell'articolo 9.[32]

     La città di Iwaki dopo il terremoto e maremoto del Tōhoku

    La prolungata fase di recessione costò al Giappone il posto di seconda economia mondiale in favore della Cina e diede inizio a grandi cambiamenti nel tessuto politico. Nel 2009 la disfatta del PLD dopo decenni di egemonia, causata principalmente dall'incapacità dei governi Fukuda e Asō di fronteggiare le ricadute economiche della crisi mondiale di fine anni duemila, permise a Yukio Hatoyama di insediarsi come primo ministro a capo di una coalizione formata da Partito Democratico, Partito Socialdemocratico e Nuovo partito del popolo. Travolto dalle polemiche riguardanti il mantenimento delle basi militari statunitense a Okinawa e da uno scandalo sui finanziamenti ai partiti, Hatoyama fu tuttavia costretto a dimettersi ad appena nove mesi dal suo insediamento. Dopo minimi segnali di ripresa sotto il breve governo Kan, la situazione economica fu ulteriormente aggravata dal terremoto e maremoto del Tōhoku del 2011 e dal conseguente disastro nucleare di Fukushima Dai-ichi che provocarono 18 500 tra morti e dispersi. Di conseguenza le autorità rinunciarono parzialmente al nucleare, ricorrendo alle importazioni per soddisfare il fabbisogno energetico del paese. Nell'agosto dello stesso anno Yoshihiko Noda successe al dimissionario Kan come nuovo primo ministro, il sesto in appena cinque anni; esperto di finanza e gradito alle alte sfere industriali, si propose di aumentare al 10% la tassa sui consumi entro il 2015 (in seguito posticipato al 2019), ma dovette scendere a compromessi con l'opposizione e promettere di tornare al voto. Inoltre, contrariamente alle sue iniziali intenzioni, non riuscì a trovare soluzioni alternative alla dipendenza del paese all'energia nucleare. Così il PLD vinse le successive elezioni del 2012 e il primo ministro Shinzō Abe, già al capo del governo nel biennio 2006-2007, intraprese una serie di iniziative molto ambiziose per rivitalizzare l'economia nazionale (la cosiddetta Abenomics), i cui benefici sono tuttavia ancora di difficile interpretazione.[33]

    Il 30 aprile 2019 si è concluso il periodo Heisei: iniziato l'8 gennaio 1989 con l'ascesa al trono dell'imperatore Akihito si conclude con la sua abdicazione (la prima in oltre 200 anni) e l'incoronazione del figlio Naruhito: è iniziato così il periodo Reiwa.

    ^ Henshall, pp. 22-24; Caroli, Gatti, p. 28. ^ Henshall, pp. 24-26; Caroli, Gatti, pp. 29-31. ^ Henshall, pp. 26-27. ^ Henshall, pp. 28-31; Caroli, Gatti, pp. 30-32. ^ Revelant, pp. 9-10; Caroli, Gatti, pp. 32-38. ^ Henshall, pp. 20, 39, 42; Revelant, p. 10; Caroli, Gatti, pp. 38-45. ^ Henshall, p. 45; Revelant, pp. 10-11; Caroli, Gatti, pp. 44, 47. ^ Henshall, pp. 47-53; Revelant, p. 11; Caroli, Gatti, pp. 52-56, 59-60. ^ Henshall, pp. 54-57; Caroli, Gatti, p. 63. ^ Relevant, pp. 11-12; Caroli, Gatti, p. 67. ^ Henshall, pp. 60-63; Revelant, p. 12; Caroli, Gatti, pp. 70-72. ^ Henshall, pp. 64-67; Revelant, pp. 12-13; Caroli, Gatti, pp. 72-74. ^ Henshall, pp. 68-69; Revelant, pp. 14, 16-17; Caroli, Gatti, pp. 74-81. ^ Henshall, pp. 71-73; Caroli, Gatti, pp. 86-88. ^ Henshall, pp. 74-77, 82; Revelant, pp. 15-20; Caroli, Gatti, pp. 88-93. ^ Henshall, pp. 84-92; Revelant, pp. 20-28. ^ Enciclopedia, p. 325; Revelant, pp. 36-45. ^ Henshall, pp. 98-103; Revelant, pp. 54-60; Caroli, Gatti, pp. 113-118. ^ Revenant, pp. 70-74; Caroli, Gatti, pp. 118-122. ^ Henshall, pp. 111-112; Caroli, Gatti, pp. 127-128. ^ Norman, capp. 4-6; Caroli, Gatti, pp. 122-127, 130-135, 141-142. ^ Revelant, pp. 176-194, 197-203; Caroli, Gatti, pp. 142-145, 155-157. ^ Henshall, pp. 157-176; Revelant, pp. 205-218, capp. 5-6; Paine, pp. 94-130; Caroli, Gatti, pp. 159-172. ^ * Massimo Gusso, Italia e Giappone: dal Patto Anticomintern alla dichiarazione di guerra del luglio 1945. Inquiete convergenze, geopolitica, diplomazia, conflitti globali e drammi individuali (1934-1952), Edizioni Ca’ Foscari, Venezia, 2022. ^ Revelant, pp. 393-416; Paine, pp. 143-160. ^ Revelant, pp. 420-442; Paine, pp. 160-171; Caroli, Gatti, pp. 172, 176-177. ^ Henshall, pp. 206-224; Caroli, Gatti, pp. 178-182. ^ Henshall, pp. 225-236; Caroli, Gatti, pp. 182-186. La consuetudine divenne legge nel 1976, vedi Enciclopedia, p. 309. ^ Henshall, pp. 238-242. ^ Henshall, pp. 246-255, 258; Caroli, Gatti, pp. 188-190. ^ Henshall, pp. 255-262; Enciclopedia, p. 310. ^ Henshall, pp. 263-273. ^ Caroli, Gatti, pp. 198-200.
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