Il Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II o (mole del) Vittoriano, chiamato per sineddoche Altare della Patria, è un monumento nazionale italiano situato a Roma, in piazza Venezia, sul versante settentrionale del colle del Campidoglio, opera dell'architetto Giuseppe Sacconi. È situato al centro della Roma antica e collegato a quella moderna grazie a strade che si dipartono a raggiera da piazza Venezia.

La sua costruzione iniziò nel 1885 e i lavori si conclusero nel 1935: tuttavia, già nel 1911, il monumento fu inaugurato ufficialmente ed aperto al pubblico in occasione delle celebrazioni del cinquantenario dell'Unità d'Italia. Da un punto di vista architettonico è stato pensato come un moderno foro, un'agorà su tre livelli collegati da scalinate e sovrastati da un portico caratterizzato da un colonnato.

Ha un grande valore rappresentativo, essendo architettonicamente e artisticamente incentrato sul Risorgimento, il complesso processo di unità n...Leggi tutto

Il Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II o (mole del) Vittoriano, chiamato per sineddoche Altare della Patria, è un monumento nazionale italiano situato a Roma, in piazza Venezia, sul versante settentrionale del colle del Campidoglio, opera dell'architetto Giuseppe Sacconi. È situato al centro della Roma antica e collegato a quella moderna grazie a strade che si dipartono a raggiera da piazza Venezia.

La sua costruzione iniziò nel 1885 e i lavori si conclusero nel 1935: tuttavia, già nel 1911, il monumento fu inaugurato ufficialmente ed aperto al pubblico in occasione delle celebrazioni del cinquantenario dell'Unità d'Italia. Da un punto di vista architettonico è stato pensato come un moderno foro, un'agorà su tre livelli collegati da scalinate e sovrastati da un portico caratterizzato da un colonnato.

Ha un grande valore rappresentativo, essendo architettonicamente e artisticamente incentrato sul Risorgimento, il complesso processo di unità nazionale e liberazione dalla dominazione straniera portato a compimento sotto il regno di Vittorio Emanuele II di Savoia, cui il monumento è dedicato: per tale motivo il Vittoriano è considerato uno dei simboli patri italiani. Il Vittoriano racchiude l'Altare della Patria, dapprima un'ara della dea Roma e poi, dal 1921, anche sacello del Milite Ignoto. Poiché questo elemento è percepito come il centro emblematico dell'edificio, l'intero monumento è spesso chiamato Altare della Patria.

Fin dalla sua inaugurazione fu teatro di importanti momenti celebrativi. Ciò ha accentuato il suo ruolo di simbolo dell'identità nazionale. Le celebrazioni più importanti che hanno luogo al Vittoriano si svolgono annualmente in occasione dell'Anniversario della liberazione d'Italia (25 aprile), della Festa della Repubblica Italiana (2 giugno) e della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate (4 novembre), durante le quali il Presidente della Repubblica Italiana e le massime cariche dello Stato rendono omaggio al sacello del Milite Ignoto deponendovi una corona d'alloro in memoria dei caduti e dei dispersi italiani nelle guerre.

Il monumento ha un'ampia valenza simbolica, rappresentando – grazie al richiamo della figura di Vittorio Emanuele II e alla realizzazione dell'Altare della Patria – un tempio laico dedicato metaforicamente all'Italia libera e unita, e celebrando – in virtù della tumulazione del Milite – il sacrificio per la patria e per gli ideali connessi.

Dal 2020, insieme a Palazzo Venezia, è gestito dall'Istituto VIVE, uno degli undici istituti di rilevante interesse generale del Ministero della Cultura .

  Lo stesso argomento in dettaglio: Storia del Vittoriano.
Le premesse  Vittorio Emanuele II di Savoia, primo re dell'Italia unita, a cui è dedicato il Vittoriano

Dopo la morte di Vittorio Emanuele II di Savoia, avvenuta il 9 gennaio 1878, furono molte le iniziative destinate a innalzare un monumento permanente che celebrasse il primo re dell'Italia unita, artefice del processo di unificazione e della liberazione dalla dominazione straniera. Per questo motivo, Vittorio Emanuele è indicato dalla storiografia come uno dei quattro "Padri della Patria" insieme a Cavour, per la sua opera politica e diplomatica, a Garibaldi, per le sue azioni militari, e a Mazzini, il cui pensiero ha illuminato la mente e le azioni dei patrioti italiani. L'obiettivo era quindi quello di commemorare l'intera stagione risorgimentale tramite uno dei suoi protagonisti.[1][2]

Il 26 marzo 1878 il parlamentare Francesco Perroni Paladini depositò alla Camera un disegno di legge il cui obiettivo era quello di erigere un monumento permanente intitolato a Vittorio Emanuele II da costruire a Roma. Il 4 aprile il governo recepì questa indicazione nella persona di Giuseppe Zanardelli, ministro dell'interno, che depositò in Consiglio dei ministri un disegno di legge con il medesimo obiettivo.[3] La proposta di legge di Zanardelli fu approvata dal Parlamento del Regno d'Italia il 16 maggio 1878[4] con 211 voti favorevoli e 10 voti contrari.[5]

I due concorsi

Il 13 settembre 1880 fu istituita la "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II",[6] che il 23 settembre successivo bandì un concorso internazionale a cui parteciparono 311 concorrenti.[7] I fondi pubblici destinati all'opera sarebbero stati pari a 8 milioni di lire, cui si sarebbe aggiunto il denaro raccolto da una sottoscrizione popolare aperta a tutti gli italiani, anche a quelli che si erano trasferiti all'estero tra la fine del XIX e l'inizio XX secolo.[8] Il concorso fu vinto dal francese Henri-Paul Nénot, ma a ciò non seguì alcuna fase attuativa del progetto.[4][9]

 
 
Ettore Ferrari e Pio Piacentini, ispiratori del bando del secondo concorso del Vittoriano

Fu deciso di non dare seguito al progetto per vari motivi. Sorsero infatti accese polemiche sul fatto che fosse stato scelto un progetto di uno straniero per un monumento rappresentante una figura di spicco della storia italiana. Inoltre venne contestato il fatto che l'idea di Nénot fosse, come scoperto solo in seguito, una versione lievemente aggiornata del suo precedente progetto per la nuova sede della Sorbona, che aveva già realizzato nel 1877.[10] A questo si aggiunse la tensione dovuta al cosiddetto "schiaffo di Tunisi", ovvero all'occupazione francese della Tunisia.[11][12] Altro motivo che fece scartare il progetto di Nénot fu la troppa libertà concessa agli artisti nella scelta del luogo di edificazione e della tipologia del monumento da realizzare, linee guida che avevano portato a un fiorire di proposte architettoniche troppo differenti tra loro – in totale furono 293 i progetti depositati. Si andava da monumenti molto semplici, formati da colonne monumentali e statue equestri, a edifici complessi e di grandi dimensioni.[13]

Il parlamento diede quindi alla Commissione reale il mandato per bandire un secondo concorso, che stavolta avrebbe dovuto stabilire sia il luogo di edificazione sia le caratteristiche precise della costruzione. Nacque così un acceso dibattito relativamente alla scelta del luogo dove far sorgere il monumento: il colle del Campidoglio; la piazza di Termini, al confine tra il centro storico di Roma e i rioni di più recente costruzione ("fra la vecchia e la nuova Roma", com'è riportato sui verbali della Commissione reale), o la vicina piazza Esedra;[13] o ancora piazza della Rotonda, dove sarebbero sorti nuovi edifici monumentali accanto al Pantheon.[14]

Alcuni membri della Commissione reale, compreso lo stesso presidente Depretis (che era anche Presidente del Consiglio) erano rimasti favorevolmente colpiti dall'idea espressa nel progetto di Ettore Ferrari e Pio Piacentini, secondo classificato nel precedente concorso: quella di costruire il monumento a ridosso del Campidoglio, luogo che da millenni era rappresentativo del potere romano. Ciò infatti avrebbe reso il Vittoriano non solo il memoriale del primo re d'Italia, ma il simbolo della Roma capitale (la terza Roma), vero contraltare di San Pietro, emblema della Roma papale, e del Colosseo, icona della Roma imperiale. La Commissione reale, nonostante la contrarietà di eminenti personalità della cultura del tempo, come Rodolfo Lanciani e Ferdinand Gregorovius, approvò quindi la localizzazione del monumento sul Campidoglio.

 Giuseppe Sacconi, progettista del Vittoriano e direttore per vent'anni del suo cantiere di costruzione

Segno dell'aspro dibattito che si era svolto furono le immediate dimissioni dei componenti contrari, preoccupati per le demolizioni di testimonianze storiche ed artistiche che sarebbero state necessarie per la realizzazione del monumento nel luogo prescelto.[15] La scelta tenne in considerazione il fatto che proprio su questo colle di Roma sono presenti il Palazzo Senatorio e il Tabularium,[14] monumenti dotati di cospicuo simbolismo nazionale[11][16] e tra i più rappresentativi dell'antichità romana: sono infatti il simbolo del potere di Roma e da essi deriva l'altro appellativo con cui è conosciuto il Campidoglio ("Monte Capitolino", la cui etimologia ha a che fare con "capitale"[17]), dacché avevano ospitato gli archivi pubblici di Stato dell'antica Roma, dai decreti del Senato romano ai trattati di pace.[14][18]

Fu decisivo il fatto che solo costruendo il Vittoriano nel centro storico di Roma esso avrebbe potuto rivaleggiare, anche da un punto di vista "laico-spirituale", con i monumenti della Roma dei papi:[19] era ancora molto viva l'avversione per la Roma dello Stato Pontificio, personificata da papa Pio IX, pontefice che si mise in decisa contrapposizione con il neonato Regno d'Italia portando alla recrudescenza della questione romana.[20]

Nel bando del secondo concorso si previde quindi la costruzione, a fianco della basilica dell'Ara Coeli, di un imponente monumento in marmo contraddistinto da gradinate ascendenti, con un maestoso colonnato sulla sua sommità e con una statua di Vittorio Emanuele II seduto su un trono, che sarebbe stata il centro del complesso architettonico.[21] Questo fu il progetto seguito nell'edificazione del Vittoriano con le varianti del caso: alla fine, infatti, il re fu ritratto non su un trono ma in una statua equestre.[22]

I partecipanti al concorso, che fu chiuso il 9 febbraio 1884,[23] ebbero un anno di tempo per consegnare i loro progetti.[24] Le proposte presentate furono novantotto: dato che la commissione reale non riusciva a decidere tra i progetti di Bruno Schmitz, di Manfredo Manfredi e di Giuseppe Sacconi, fu necessario bandire un terzo concorso, limitato però solo a queste tre proposte,[25] che si concluse il 24 giugno 1884.[23][26] Tra i tre progetti la commissione reale scelse quello di Giuseppe Sacconi, giovane architetto marchigiano, che vinse così il concorso ed ebbe l'incarico di redigere il progetto di dettaglio del Vittoriano.[27]

Le scelte progettuali  La facciata dell'altare di Pergamo, al Pergamonmuseum, uno dei modelli del progetto del Vittoriano

Il progetto del Vittoriano si ispirò ai grandi santuari ellenistici, come l'Altare di Zeus a Pergamo e il Santuario della Fortuna Primigenia di Palestrina.[28] Il Vittoriano fu ideato come un vasto e moderno foro[29] aperto ai cittadini, situato su una sorta di piazza sopraelevata nel centro storico di Roma, organizzata come un'agorà su tre livelli collegati da gradinate, con cospicui spazi riservati al passeggio dei visitatori.[30][31]

Sulla sua sommità ci sarebbe stato un maestoso portico caratterizzato da un lungo colonnato e da due imponenti propilei, uno dedicato all'"unità della patria" e l'altro alla "libertà dei cittadini", concetti metaforicamente legati, come già accennato, alla figura di Vittorio Emanuele II;[32] sarebbe quindi diventato uno dei simboli della nuova Italia, affiancandosi ai monumenti dell'antica Roma e a quelli della Roma dei papi.[1][27] Essendo poi stato concepito come una grande piazza pubblica, il Vittoriano, oltre a rappresentare un memoriale dedicato alla persona del sovrano, fu investito di un altro ruolo: un moderno foro dedicato alla nuova Italia libera e unita.[33]

Da un punto di vista architettonico il monumento doveva essere costituito da una serie di scalinate adattate ai fianchi scoscesi del Campidoglio,[16][32] a nord della basilica di Santa Maria in Aracoeli. Tutto il complesso sarebbe apparso come una sorta di rivestimento marmoreo del versante settentrionale del colle,[32] caricandosi di significati simbolici legati al Risorgimento.[16] La collocazione garantiva anche due altri vantaggi: il Vittoriano sarebbe stato in asse con via del Corso, di cui avrebbe costituito il punto di fuga prospettico, e si sarebbe affacciato su un importante snodo urbano, piazza Venezia, di cui Sacconi infatti previde l'ampliamento, per adeguarne lo spazio all'imponenza e alla simmetria del monumento.[34]

Il progetto originario del Vittoriano (uno dei più grandiosi realizzati nel XIX secolo in Italia) prevedeva l'utilizzo del marmo per il sommoportico e del travertino (pietra tradizionale degli edifici dell'antica Roma) per la restante parte del monumento: tuttavia fu impiegato il solo marmo botticino, più facilmente modellabile e più simile ai marmi bianchi che gli antichi romani usavano nelle costruzioni più rappresentative.[35] In realtà la prima scelta era stata per il marmo di Carrara, ma la richiesta di un prezzo giudicato troppo elevato dalla commissione reale spinse quest'ultima, il 2 luglio 1889, a decretare l'utilizzo del botticino.[36]

 Ipotesi ricostruttiva di Pietro da Cortona del santuario della Fortuna Primigenia di Palestrina, altro modello del progetto del Vittoriano

Questo materiale fu inoltre preferito soprattutto per le sue peculiarità cromatiche: rispetto al marmo di Carrara, caratterizzato da un bianco assoluto, il marmo botticino ha una tonalità bianca che possiede una leggera tendenza al giallo paglierino, caratteristica che gli conferisce un maggiore "calore". A causa del cambiamento del tipo di marmo, che avrebbe fornito una luminosità differente e un'elegante bicromia in sincrono con il travertino, Giuseppe Sacconi fu obbligato a rivedere il progetto e apportò lievi modifiche.[36] Il Vittoriano si arricchì di ulteriori fregi, trofei, bassorilievi e piccole statue, tutte collocate lungo i muri perimetrali che, nel complesso, fornivano un impatto visivo paragonabile alla bicromia dovuta al previsto uso di due diversi materiali di rivestimento. Per attirare poi lo sguardo dell'osservatore verso il sommoportico, in luogo di un materiale di copertura differente Sacconi rese più vistose le decorazioni di questa parte del monumento mediante l'aggiunta di statue.[35]

Il marmo botticino prende il nome dalla sua zona di estrazione, Botticino, comune italiano a nord-est di Brescia, a circa 500 chilometri da Roma.[37] La sostituzione del travertino scelto da Sacconi generò così molte polemiche, che furono originate dalla distanza da Roma delle cave, giudicata eccessiva: a pochi chilometri a sud-est di Roma, nei pressi dei Tivoli, esistono ampi giacimenti di travertino, tutt'oggi sfruttati in una molteplicità di cave da numerose aziende locali.[38]

L'apertura del cantiere e i ritrovamenti archeologici
  Lo stesso argomento in dettaglio: Urbanistica a Roma tra il 1870 e il 2000.
 Un tratto delle mura serviane visibile presso la stazione ferroviaria di Roma Termini

La direzione dei lavori fu affidata a Giuseppe Sacconi con un regio decreto datato 30 dicembre 1884[39][40] e l'apertura ufficiale del cantiere avvenne il 1º gennaio 1885.[41] La solenne cerimonia della posa della prima pietra del Vittoriano avvenne il 22 marzo 1885 alla presenza di re Umberto I di Savoia, della regina Margherita di Savoia, dell'intera famiglia reale e di una folta rappresentanza straniera.[42][43]

Durante i primi scavi nel 1887, non si trovò, come tutti si aspettavano, il tufo compatto sul quale il monumento avrebbe dovuto poggiare. Vennero invece alla luce argille fluviali, banchi di sabbia e una cospicua presenza di caverne, cunicoli e antiche cave.[44][45] Le caverne e i cunicoli erano stati previsti, visto che si sapeva che in tempi antichi la zona era stata scavata dai romani, ma non in simile e massiccia densità.[46] Giuseppe Sacconi fu costretto a modificare il progetto e a prevedere un'opera di rinforzamento dei cunicoli con la costruzione di strutture che poggiavano sulle loro volte.[47] Alcune di queste cave furono poi utilizzate durante la seconda guerra mondiale come rifugio antiaereo.[48]

Con la prosecuzione dei lavori di scavo venne anche alla luce un tratto delle mura serviane, prima cinta muraria della città risalente al VI secolo a.C., ovvero all'epoca dei re di Roma, nonché i resti di un mammuth: entrambi i ritrovamenti furono inglobati nei muri dell'erigendo Vittoriano senza però distruggerli e lasciando la possibilità di ispezionarli, tranne alcune parti dell'animale fossile (trasferite all'università di Roma).[45] Furono poi rinvenuti molti altri reperti romani, sparsi sull'intera area del cantiere, tra cui resti di costruzioni, statue, capitelli, oggetti di uso comune, etc.[49][50]

 Il Vittoriano in costruzione

Conseguenza del ritrovamento delle mura serviane fu una modifica sostanziale del progetto: furono aggiunti altri due piloni di fondazione al sommoportico, così da lasciare liberi e ispezionabili i reperti archeologici rinvenuti durante i lavori di sbancamento.[32] Per tale motivo il sommoportico fu maggiormente incurvato e ne vennero cambiate le dimensioni, che passarono da 90 a 114 metri di lunghezza, con il numero di colonne, comprese quelle dei propilei, che aumentò da sedici a venti.[32][51] Le colonne, inoltre, furono rese più slanciate. In questo modo il Vittoriano passò dall'essere uno dei tanti monumenti del colle del Campidoglio senza spiccare in modo particolare (com'era previsto dal progetto originario) a vistosa e imponente costruzione che abbracciava in maniera più avvolgente il versante settentrionale del colle.[32]

Altra modifica in corso d'opera provenne da Sacconi che, nel febbraio 1888, propose l'aggiunta degli spazi interni al Vittoriano. L'idea gli era venuta dopo la scoperta dei cunicoli e delle caverne nel sottosuolo: alcune di esse furono poi sfruttate per realizzare parte degli ambienti interni del Vittoriano,[51] ovvero stanze, cripte, gallerie e corridoi.[32] Questi ambienti interni avrebbero poi ospitato il Museo centrale del Risorgimento, il Sacrario delle Bandiere e la cripta del Milite Ignoto.[51]

A causa di queste modifiche il costo dell'opera passò dai 9 milioni di lire inizialmente preventivati ai 26,5 milioni finali.[52][53] Per realizzare le fondamenta fu necessario sbancare 70 000 metri cubi di terreno.[54]

Le demolizioni degli edifici circostanti  Piazza Venezia in una fotografia del 1870: è lo spiazzo a destra di Palazzo Venezia (riconoscibile per il torrione) vista dal versante del colle del Campidoglio dove sarebbe sorto il Vittoriano. Ancora più a destra Palazzo Torlonia, in seguito demolito.

Per erigere il Vittoriano si procedette, fra gli ultimi mesi del 1884[47] e il 1899, a numerosi espropri e a estese demolizioni nell'area del cantiere.[6] Il luogo scelto, nel cuore del centro storico di Roma, era occupato da antichi edifici disposti secondo un'urbanistica che risaliva al Medioevo.[16] In particolare, l'area era occupata dal Convento di Aracoeli, complesso monastico di origine medievale e gestito dall'ordine dei Frati Minori insieme all'annessa biblioteca, comprendente anche la cinquecentesca Torre di Paolo III.[55][56]

Gli abbattimenti furono effettuati grazie a un preciso programma stabilito dal Presidente del Consiglio Agostino Depretis.[42][57][58] I lavori di demolizione, e conseguentemente quelli di costruzione del Vittoriano, procedettero speditamente grazie a strumenti urbanistici speciali resi disponibili dal governo.[59] Tutti gli abbattimenti passarono al vaglio della Commissione reale che, tra gli edifici e i resti archeologici, decise quali preservare e quali no.[60]

Si dovette affrontare anche la necessità di fare affacciare il Vittoriano verso uno spazio adeguatamente ampio. Piazza Venezia all'epoca era infatti di dimensioni più limitate.[52] Delimitata verso ovest dall'omonimo palazzo, il suo lato orientale era disordinatamente segnato da antichi immobili,[54] alcuni dei quali di pregio, quale il Palazzo Bolognetti-Torlonia.[61] Dal 1900 al 1906 furono eseguiti i lavori, basati sulle idee di Giuseppe Sacconi, per ampliare la piazza e renderla di forma simmetrica, adeguandola alla grande mole del monumento e al suo significato simbolico: la celebrazione della nuova Italia libera e unita.[62][63]

 L'area delle demolizioni su una mappa del 1870: in nero sono segnati l'erigendo Vittoriano e l'ampliamento di piazza Venezia

In questo modo scomparvero alcune strade storiche di Roma e i relativi quartieri, come via della Pedacchia, via di Testa Spaccata, via della Ripresa dei barberi, via Macel de' corvi e l'annessa piazza dove risiedette l'artista Michelangelo. Altre strade al contrario furono stravolte con la demolizione di tutti i caseggiati che vi sorgevano ai lati, come via Giulio Romano, via San Marco e via Marforio.[13][64][65][66] Parte delle demolizioni furono effettuate per consentire la visione del monumento da via del Corso e da via Nazionale. In totale la superficie che fu rasa al suolo fu pari a 19 200 metri quadrati.[67]

Contro le demolizioni si espressero diverse personalità, tra cui il sindaco di Roma Leopoldo Torlonia e l'archeologo Rodolfo Lanciani.[16] In sede parlamentare fu invece Ruggiero Bonghi, il 10 maggio 1883, ad attaccare con veemenza le demolizioni.[68][69] A queste critiche si aggiunsero quelle di Ferdinand Gregorovius, storico tedesco celebre per i suoi studi sulla Roma medievale,[70] e di Andrea Busiri Vici, presidente dell'Accademia nazionale di San Luca.[71] Di contro ci furono anche pareri autorevoli, come quello dello storico dell'arte Giovanni Battista Cavalcaselle e dell'architetto Camillo Boito, che erano invece favorevoli alle demolizioni, pur con i distinguo del caso.[16]

Già nei primi anni del XX secolo Primo Levi spiegò la scelta di elevare il Vittoriano sul colle del Campidoglio, che definì metaforicamente il centro della "Terza Roma", dopo la Roma antica e la Roma dei papi, richiamando una futura terza epoca della storia d'Italia (una successione storica vista come naturale, dettata dalla cesura della caduta dell'Impero romano d'Occidente[72]), durante la quale la città sarebbe potuta diventare nuovamente di riferimento per il mondo.[73] In questo contesto fu reputato necessario dotarla di infrastrutture e di edifici, anche simbolici come il Vittoriano, che evidenziassero il suo ruolo di capitale del neonato Regno d'Italia.[74]

L'obiettivo generale era anche quello di fare di Roma una moderna capitale europea che rivaleggiasse con Berlino, Vienna, Londra e Parigi[75] superando la secolare urbanistica pontificia.[76] In questo contesto il Vittoriano sarebbe stato l'equivalente della Porta di Brandeburgo di Berlino, dell'Admiralty Arch di Londra e dell'Opéra Garnier di Parigi: questi edifici sono infatti tutti accomunati da un aspetto monumentale e classicheggiante che comunica metaforicamente l'orgoglio e la potenza della nazione che li ha eretti.[74]

La statua equestre di Vittorio Emanuele II  Enrico Chiaradia, autore della statua equestre di Vittorio Emanuele II

La costruzione della statua equestre di Vittorio Emanuele II, prima opera realizzata e fulcro architettonico dell'intero monumento, fu affidata dalla Commissione reale, previo altro concorso indetto il 9 febbraio 1884, a Enrico Chiaradia già nell'aprile 1889, nel giorno stesso della chiusura del concorso per la costruzione del Vittoriano.[53]

La statua, che sarebbe poi stata completata da Emilio Gallori poiché Chiaradia morì nel 1901,[77] fu fusa con il bronzo proveniente da alcuni cannoni del Regio Esercito e poi montata sul basamento marmoreo sul quale furono scolpite le personificazioni allegoriche delle quattordici città "nobili" d'Italia, tra il 1907 e il 1910.[78] I centri raffigurati sono le capitali degli Stati preunitari, la cui nascita è ascrivibile a un periodo precedente alla monarchia sabauda: per tale motivo esse furono reputate le "madri nobili" dell'Italia risorgimentale.[79]

In occasione della visita di re Vittorio Emanuele III di Savoia, le autorità decisero di offrire un rinfresco a un ristretto gruppo di invitati tra coloro che avevano partecipato al progetto. L'evento fu allestito all'interno del ventre del cavallo di bronzo, che fu in grado di ospitare più di venti persone, come testimoniano le fotografie d'epoca, le cui copie sono esposte nella terrazza posteriore del Vittoriano.[80][81][82]

La prosecuzione dei lavori e le varianti al progetto originario  Il Vittoriano in costruzione

Durante i lavori di costruzione del monumento, Giuseppe Sacconi prese la decisione di inserire all'interno del Vittoriano un altare dedicato alla patria.[83] Il suggerimento pare che fosse venuto da Giovanni Bovio, filosofo e deputato repubblicano, che gli avrebbe consigliato di erigere un Altare della Patria su modello di quelli costruiti nel periodo della Rivoluzione Francese.[84]

Il luogo e il soggetto dominante dell'altare furono scelti subito: una grande statua della dea Roma che sarebbe stata collocata sul primo terrazzo dopo l'ingresso al monumento, appena sotto la statua equestre di Vittorio Emanuele II.[85] Quindi l'Altare della Patria, perlomeno inizialmente e prima della tumulazione della salma del Milite Ignoto, fu pensato come un sacello della divinità che personifica Roma,[32] per celebrare la grandezza e la maestà della legittima capitale d'Italia.[86] Questo richiamo alla classicità non fu un'eccezione: nel Vittoriano sono numerose le opere artistiche che richiamano la civiltà romana.[74] Con la realizzazione dell'Altare della Patria, il Vittoriano assunse un nuovo ruolo: oltre che un memoriale dedicato alla persona di re Vittorio Emanuele II e un moderno foro d'Italia,[33] anche un tempio laico della Nazione.[87]

Nel 1890, a causa degli imprevisti occorsi durante la costruzione, Giuseppe Sacconi aveva stilato un secondo progetto del Vittoriano, con alcune varianti: l'aggiunta di numerose finestre per illuminare i non previsti locali seminterrati, la costruzione di due scalinate laterali per potervi accedere e la conseguente eliminazione delle due fontane ai lati della scalinata centrale.[88] La variante fu presentata in occasione della visita al cantiere di re Umberto I di Savoia.[89] Inoltre, Sacconi dovette ripetutamente contrastare le varie proposte di porre all'interno dell'edificio anche opere d'arte che rappresentassero personaggi e fatti storici precisi. Egli infatti riteneva che solo attraverso un'arte allegorica e priva di ogni riferimento alla contemporaneità si potesse dare al monumento un valore universale, che non risentisse dello scorrere del tempo. Intorno al 1900, dopo un'interruzione dei lavori che durò dal 1896 al 1898 per mancanza di fondi,[90] Sacconi espresse la sua volontà di ricondurre il progetto alla sua forma originaria, tornando all'unica scalinata d'ingresso, centrale e affiancata dalle due "fontane dei mari."[91]

 Il Vittoriano durante i lavori di demolizione del quartiere Alessandrino per la creazione di Via dell'Impero

Nel frattempo, durante il febbraio dell'anno 1900, si era verificato il passaggio della gestione del cantiere dalla "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II" al Ministero dei lavori pubblici.[30][92]

Giuseppe Sacconi morì nel 1905, dopo vent'anni quasi completamente dedicati alla costruzione del Vittoriano. Presero temporaneamente le redini del cantiere i suoi tre stretti collaboratori (Pompeo Passerini, Adolfo Cozza e Giulio Crimini), che nel 1906 elaborarono il terzo progetto del monumento. I lavori proseguirono e furono portati a termine sotto la direzione di Gaetano Koch, Manfredo Manfredi e Pio Piacentini.[53] Manfredi, in particolare, era stato compagno di studi di Sacconi, e tra i due vi erano affetto e stima reciproci. La loro era un'amicizia solida, disinteressata e lealmente competitiva, avendo partecipato agli stessi concorsi, tra cui quello del Vittoriano.[93] I tre architetti predisposero il quarto progetto generale, in cui accolsero il desiderio di Sacconi di tornare al disegno originario del monumento. In occasione dell'Esposizione internazionale di Milano, fu mostrato al pubblico un suo modello in gesso (poi andato perso in un incendio).[87] Con questo quarto e ultimo progetto il Vittoriano ebbe la sua forma definitiva, che è poi quella corrispondente alle idee sempre sostenute da Sacconi: un monumento caratterizzato da opere d'arte esclusivamente allegoriche, con la sola eccezione della statua equestre di Vittorio Emanuele II.[32][87]

Nel 1906, tramite regio decreto datato 17 maggio, fu istituito il "Comitato nazionale per la storia del Risorgimento", antesignano del moderno e omonimo istituto. Nello stesso decreto fu decisa la sede di questo comitato: l'erigendo Vittoriano. Contestualmente fu decretato che il monumento, al suo interno, avrebbe anche ospitato il "Centro culturale di studi e ricerche sul Risorgimento", nonché un museo e una biblioteca sull'argomento.[86] Si ponevano così le basi per l'attuale Museo centrale del Risorgimento.

Tra il 1906 e il 1911, anno di inaugurazione del Vittoriano, furono operate le ultime modifiche al progetto di Sacconi, tra cui l'abbassamento delle balaustre delle terrazze e la modifica di alcune scalinate, rese più rettilinee al fine di slanciare ulteriormente la struttura e dare l'impressione che fosse la naturale prosecuzione architettonica di piazza Venezia.[53]

L'inaugurazione  Un momento della cerimonia di inaugurazione del Vittoriano (4 giugno 1911). Si noti la mancanza delle statue delle quadrighe, poste sulla sommità dei propilei solo fra il 1924 e il 1927

Il complesso monumentale fu inaugurato davanti a un'immensa folla il 4 giugno 1911, in occasione degli eventi collegati all'esposizione nazionale per le celebrazioni del cinquantenario dell'Unità d'Italia,[86] da re Vittorio Emanuele III.[98] Alla cerimonia parteciparono anche la regina Elena, la regina madre Margherita di Savoia e la restante parte della famiglia reale, compresa Maria Pia di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II e regina madre del Portogallo, da poco deposta dalla rivoluzione del 5 ottobre 1910, che aveva instaurato la repubblica.[98][99] Erano anche presenti il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, i seimila sindaci d'Italia, i veterani delle guerre risorgimentali e tremila studenti delle scuole romane.[86]

Tra i veterani delle guerre (sia quelli inquadrati nel Regio Esercito sia i garibaldini) ci furono alcune personalità rilevanti, come l'ultimo sopravvissuto della Costituente che proclamò la Repubblica romana del 1849. Presenziarono anche i tre garibaldini che fecero sfilare una bandiera tricolore durante la campagna del Trentino, operazione militare della terza guerra d'indipendenza italiana guidata nel 1866 da Giuseppe Garibaldi, e la battaglia di Digione, combattuta tra il 1870 e il 1871 durante la guerra franco-prussiana. Questo secondo vessillo accompagnò i volontari italiani che decisero di combattere i prussiani e, a causa di colpi di mitragliatrice, rimase assai danneggiato: era rimasta integra solo la banda verde, quella vicina all'asta, al contrario di quella bianca interamente sfilacciata.[100]

Il clima vissuto durante la cerimonia di inaugurazione del Vittoriano fu connotato da un intenso spirito unitario e nazionale. Nonostante questa atmosfera conciliante, non mancarono alcune voci fuori dal coro. Alla solenne manifestazione erano infatti contrari i socialisti (in quel momento guidati dall'ala massimalista, che era quella più intransigente e radicale) per via della loro ideologia internazionalistica, e i repubblicani, che erano critici verso questa cerimonia visti gli indiscutibili connotati monarchici del monumento.[101]

La tumulazione del Milite Ignoto
  Lo stesso argomento in dettaglio: Milite Ignoto (Italia).
 La cerimonia di tumulazione del Milite Ignoto all'Altare della Patria (4 novembre 1921) vista da piazza Venezia

Dopo la prima guerra mondiale l'Altare della Patria fu scelto per ospitare la tomba del Milite Ignoto, ovvero un soldato italiano morto durante il primo conflitto mondiale la cui identità resta sconosciuta a causa delle gravi ferite che resero irriconoscibile il corpo. Proprio per questo motivo rappresenta tutti i militari italiani che morirono durante le guerre.[102] L'impossibilità di identificare il soldato lo rende un simbolo molto forte, perché solo in questo modo è possibile una transizione metaforica tra concetti sempre più ampi: dalla figura del singolo soldato a quella di tutti i soldati dell'esercito e infine a quella dell'intera nazione.[103]

La salma fu sepolta con una cerimonia solenne il 4 novembre 1921 in occasione della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate[102] e da allora la sua tomba è sempre vigilata da un picchetto d'onore e da due fiamme eterne.[104] La cerimonia fu la più importante e partecipata manifestazione patriottica dell'Italia unita:[105] vi prese parte un milione di persone.[106] Tale celebrazione rappresentò anche il recupero, da parte degli italiani, di quello spirito patriottico che era stato messo a dura prova dalle sofferenze patite durante il sanguinoso conflitto.[107] L'Altare della Patria, pensato inizialmente come ara della dea Roma, divenne quindi anche sacello del Milite Ignoto.[108]

Parteciparono anche i socialisti. Costoro, come già accennato, erano legati a un'ideologia internazionalistica per definizione e, quindi, furono ufficialmente avversi a questa celebrazione dai vistosi connotati patriottici.[107] Inoltre le forze politiche socialiste, durante il dibattito parlamentare che aveva portato l'Italia a partecipare alla prima guerra mondiale, erano in parte contrarie a un intervento diretto del Paese in questo conflitto.[109] Ciononostante, i socialisti resero comunque onore al Milite Ignoto, definendolo «proletario straziato da altri proletari».[13]

Il Vittoriano fu così consacrato alla sua valenza simbolica definitiva diventando – grazie al richiamo della figura di Vittorio Emanuele II di Savoia e alla presenza dell'Altare della Patria – un tempio laico dedicato metaforicamente all'Italia libera e unita e celebrante – in virtù della tumulazione del Milite Ignoto – il sacrificio per la patria e per gli ideali nazionali.[13][110][111]

Il completamento  Il Vittoriano visto da via del Corso

Nel 1925, in occasione del Natale di Roma (21 aprile), fu inaugurata la parte mancante dell'Altare della Patria, ovvero le sculture realizzate da Angelo Zanelli che affiancano la statua della dea Roma.[112] Con la realizzazione della quadriga dell'Unità e della quadriga della Libertà, che furono poste sui rispettivi propilei fra il 1924 e il 1927, gli spazi esterni del Vittoriano poterono dirsi completati.[113] Intanto il 19 febbraio 1921 era stata sciolta la "Commissione Reale per il Monumento a Vittorio Emanuele II".[114]

Nel 1928 si decise di sistemare l'area adiacente al Vittoriano aprendo via del Teatro di Marcello. Ciò comportò lo smantellamento della seicentesca Chiesa di Santa Rita da Cascia in Campitelli, che sorgeva alle pendici della scalinata della basilica dell'Ara Coeli e che fu ricostruita, dieci anni più tardi, nei pressi del teatro di Marcello.[115] I lavori di scavo portarono alla luce l'insula dell'Ara Coeli, risalente al II secolo d.C. e ancora oggi visibile sul lato sinistro del Vittoriano.[116] La sistemazione dell'area intorno al monumento fu completata tra il 1931 e il 1933 dall'architetto Raffaele De Vico, che progettò le due esedre alberate e sistemate a gradoni di travertino.[117]

La cripta del Milite Ignoto fu invece inaugurata durante la manifestazione del 24 maggio 1935, che era dedicata al ventennale dell'entrata in guerra dell'Italia nel primo conflitto mondiale.[118] Questo ambiente è situato sotto la statua equestre di Vittorio Emanuele II, in corrispondenza dell'Altare della Patria. Sulla cripta si affaccia il lato interno del sacello del Milite Ignoto,[119] mentre quello esterno è parte integrante dell'Altare.[120]

 Piazza Venezia vista dall'ingresso del Vittoriano. Al centro è presente una siepe dalla foggia e dai colori della bandiera d'Italia.

I lavori di completamento del Vittoriano ebbero luogo alla fine nel 1935[121] e riguardarono la realizzazione del Museo centrale del Risorgimento, inaugurato e aperto al pubblico soltanto nel 1970. Nell'occasione fu prevista anche la creazione di un Sacrario delle Bandiere, deputato a ospitare un'esposizione delle bandiere militari italiane storiche.[122] I suoi prodromi furono il trasferimento all'interno del Vittoriano delle bandiere di guerra dei reggimenti disciolti che in precedenza si trovavano a Castel Sant'Angelo:[118] anche il Sacrario delle Bandiere divenne visitabile solamente più tardi, il 4 novembre 1968, in occasione della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate.[123][124]

Il completamento degli spazi interni, compresa la cripta del Milite Ignoto (con mosaici di Giulio Bargellini), è da attribuire ad Armando Brasini, già direttore artistico del Vittoriano.[87][117] Lo stesso architetto si occupò anche del prospetto laterizio a contrafforti su via di San Pietro in Carcere.[117] In questo contesto, nel 1939, la gestione del Vittoriano passò dal Ministero dei lavori pubblici a quello della pubblica istruzione.[125]

Il fascismo

La conclusione della prima guerra mondiale e gli esiti del trattato di Versailles lasciarono amareggiato il governo italiano che, secondo il patto di Londra sottoscritto nell'aprile 1915 con la Triplice intesa, a ostilità terminate avrebbe potuto annettere tra gli altri territori anche la Dalmazia settentrionale. Al contrario, eccettuata la città di Zara, l'area fu inglobata dal Regno dei Serbi, Croati e Sloveni nato dalla dissoluzione dell'Impero austro-ungarico. Pure le promesse di mandati della Società delle Nazioni (sostanzialmente alcune ex colonie tedesche e parte delle terre non turche che erano appartenute all'Impero ottomano) rimasero disattese, e all'Italia furono assegnate solo piccole compensazioni territoriali in favore delle colonie che già possedeva. Di conseguenza nacque il mito della "vittoria mutilata" che fu rapidamente fatto proprio dal fascismo, questione politica strumentale al richiamo delle sofferenze e dei sacrifici patiti dal popolo italiano durante la guerra.[108] Quindi il Vittoriano, per la seconda volta, mutò il suo significato metaforico: pur mantenendo l'esteriorità di tempio laico, si trasformò in uno dei simboli del riscatto militare dell'Italia, del patriottismo e della capacità bellica del Paese,[108] ponendo in secondo piano la celebrazione di Vittorio Emanuele II e la natura di moderno foro.[33]

 1936: sfilata lungo via dell'Impero per la Decima Leva Fascista, ovvero la decima cerimonia con la quale i Balilla aventi 14 anni passano alle Avanguardie. Sullo sfondo il Vittoriano.

I prodromi alla politicizzazione del monumento si ebbero già nel 1920, prima della tumulazione del Milite Ignoto (1921) e della marcia su Roma (1922), per via di manifestazioni antisocialiste e antibolsceviche organizzate dai partiti nazionalisti e patriottici che ebbero luogo al Vittoriano prima delle elezioni amministrative dell'ottobre 1920 e delle elezioni politiche del maggio 1921.[109] A seguito della marcia su Roma e della presa del potere da parte di Mussolini, il Vittoriano divenne uno dei palcoscenici per le manifestazioni del regime.[13][76] Inoltre sulle sue scalinate si assiepava parte del pubblico che assisteva ai discorsi proferiti da Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia, aggettante sull'omonima piazza.[109]

 Re Vittorio Emanuele III consegna una medaglia d'oro all'Altare della Patria alla presenza di Benito Mussolini (10 giugno 1942)

Per fissare il Vittoriano nell'immaginario collettivo degli italiani, dalla fine degli anni 1920 il fascismo avviò un'imponente opera propagandistica, avvalendosi anche della nascente industria cinematografica italiana: l'edificio divenne una presenza costante nei filmati di regime, il cui sfondo era spesso il panorama di Roma.[126] Dal 1928 al 1943 il Vittoriano comparve in 249 filmati distribuiti nei cinema italiani; 168 di queste apparizioni (il 67,5%) erano legate a un omaggio al Milite Ignoto, 81 (il restante 32,5%) furono teatro di una manifestazione fascista organizzata tra le sue mura.[127]

In questo contesto l'architetto e ingegnere Gustavo Giovannoni propose la costruzione, nei pressi di piazza di Spagna, di un monumento paragonabile al Vittoriano che celebrasse l'Italia fascista, progetto che non ebbe mai seguito.[128] Questo non fu l'unico punto di contatto tra l'Italia liberale e quella fascista: entrambe avevano l'obiettivo di forgiare una nuova Italia e ambedue avevano tendenze imperialistiche. Ciò che invece le differenziava era il modo con cui volevano perseguire questo obiettivo: l'Italia liberale lasciando il libero arbitrio ai cittadini, il regime fascista con la coercizione e le violenze.[129]

Durante il ventennio, il Vittoriano svolse spesso il ruolo scenografico di sfondo solenne e spettacolare per le parate militari che da via dell'Impero (la moderna via dei Fori Imperiali) arrivavano sotto il balcone di Palazzo Venezia.[120] Il monumento mantenne un certo ruolo nella cornice nazionalista fascista anche perché accoglieva il Milite Ignoto, cui il regime rendeva spesso omaggio.[130] Anche l'Ara dei caduti fascisti, che si trovava sul colle del Campidoglio, aveva un ruolo analogo.[97]

L'oblio  Come da prassi per i capi di Stato esteri in visita in Italia, John Fitzgerald Kennedy si appresta a rendere omaggio al Milite Ignoto accompagnato dal ministro della difesa Giulio Andreotti (1º luglio 1963)

Con la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e la fine della seconda guerra mondiale in Europa (8 maggio 1945) in Italia poté avvenire una svolta democratica e, in conseguenza del referendum del 2 giugno 1946, nacque la Repubblica Italiana. Il Vittoriano fu svuotato dai contenuti militareschi associatigli dal fascismo e tornò alla precedente funzione di tempio laico.[13][110][111] Da quel momento l'Altare della Patria è tornato a essere il teatro di manifestazioni simboliche che rappresentano l'intero popolo italiano. Le più importanti si svolgono annualmente in occasione dell'Anniversario della liberazione d'Italia (25 aprile), della Festa della Repubblica Italiana (2 giugno) e della Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate (4 novembre), durante le quali il Presidente della Repubblica Italiana e le massime cariche dello Stato rendono omaggio al sacello del Milite Ignoto con la deposizione di una corona d'alloro.[111]

Dagli anni 1960 in poi, però, il Vittoriano andò incontro al disinteresse, se non quando nello sprezzo.[131] Non era infatti più considerato uno dei simboli dell'identità nazionale; rappresentava anzi, con la sua mole neoclassica, un'ingombrante testimonianza del passato italiano, del fascismo, del colonialismo, delle tragedie della prima metà del secolo.[132] Complice il sempre più evidente stato di abbandono, le celebrazioni che vi avvenivano erano sempre meno partecipate, incluse quelle che interessavano il Milite Ignoto.[30][131] Da più parti si giunse anche a proporre di abolirle oppure di trasferirle altrove, perché era ancora vivo il ricordo delle adunate fasciste. Pertanto il Vittoriano, progressivamente, scivolò in una damnatio memoriae che causò la sua temporanea esclusione dall'immaginario collettivo italiano.[131]

 Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini rende omaggio al Milite Ignoto

A questo si aggiunse la dolorosa memoria delle demolizioni e degli sventramenti di interi isolati storici di Roma, proseguiti per decenni sotto i governi liberali o durante la dittatura.[58] Anche da parte delle istituzioni ci fu un mutamento: da eventi coinvolgenti e emozionanti si passò a commemorazioni rituali e asettiche, svolte per ordinaria necessità e con poco trasporto pubblico. Pure piazza Venezia, in conseguenza dell'espansione urbanistica di Roma nel dopoguerra e dell'incremento esponenziale del traffico veicolare, si tramutò in un semplice nodo nevralgico del sistema stradale cittadino.[131]

Il 12 dicembre 1969 il Vittoriano fu luogo di un attentato: attorno alle 17:30 scoppiarono due bombe, a dieci minuti l'una dall'altra, in concomitanza alla strage di piazza Fontana a Milano. Presso il monumento non si ebbero comunque vittime. Gli ordigni erano stati collocati lateralmente, in corrispondenza di ciascun propileo: uno di essi riuscì a scardinare la porta del Museo centrale del Risorgimento (lanciata via per sette metri) e a infrangere le vetrate della basilica di Santa Maria in Aracoeli. La seconda detonazione rese pericolante il basamento di un pennone.[133] A causa dei danni riportati il Vittoriano fu chiuso al pubblico e tale restò per trent'anni:[134] d'altronde l'edificio magniloquente era ormai ignorato e la sua utilità non era più sentita o riconosciuta.[133]

 Il Vittoriano si staglia sul paesaggio di Roma in una foto del 1988

Sulla scia del clima politico degli anni 1970 e a causa della chiusura al pubblico, il Vittoriano conobbe un lungo periodo di oblio da parte sia delle istituzioni sia dei cittadini.[125] Nel 1975 passò in carico dal Ministero della pubblica istruzione al neonato Ministero per i beni culturali, dicastero cui tuttora compete.[125] Nel 1981, tramite decreto datato 20 maggio, il ministero dichiarò l'importanza storica e artistica del Vittoriano, riallacciandosi alla precedente legge n. 1089 del 1º giugno 1939.[125]

Alla fine degli anni 1980 sorse un movimento d'opinione, guidato da Ludovico Quaroni,[135] che ne voleva la "ruderizzazione", ossia il completo abbandono a sé stesso, cui sarebbe dovuta seguire una fase di smantellamento parziale, con l'asportazione delle opere artistiche più importanti (che sarebbero state musealizzate) e la conversione del monumento a semplice passeggiata sopraelevata: ciò avrebbe richiesto anche l'abbattimento delle sezioni più imponenti e simboliche, come parte del sommoportico e dei propilei.[136] In questo modo il Vittoriano non sarebbe più spiccato agli occhi dei visitatori e avrebbe avuto una monumentalità paragonabile a quella degli edifici circostanti.[137]

La riscoperta  Il neo-eletto Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano riceve dal Presidente uscente Carlo Azeglio Ciampi le insegne di Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell'OMRI (15 maggio 2006)

Fu il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, all'inizio del XXI secolo, a iniziare un'opera di riscoperta e di valorizzazione dei simboli patri italiani, Vittoriano compreso.[30][134][138] Grazie all'iniziativa di Ciampi esso ha riacquisito l'importanza simbolica che aveva un tempo.[134] L'operato di Ciampi è stato ripreso e continuato anche dal suo successore, Giorgio Napolitano, con particolare risalto durante le celebrazioni del 150º anniversario dell'Unità d'Italia.[138]

Nello specifico, il monumento fu reso nuovamente accessibile al pubblico su pressioni di Carlo Azeglio Ciampi il 24 settembre 2000, dopo un accurato restauro e in occasione della cerimonia di apertura dell'anno scolastico 2000-2001, la cui parte più importante avvenne proprio al Vittoriano alla presenza del Presidente della Repubblica.[134][139] Nel 2003 Ciampi si espresse così, parlando alle scuole: …questo monumento sta vivendo una seconda giovinezza. Lo riscopriamo simbolo dell'eredità di valori che le generazioni del Risorgimento ci hanno affidato. Le fondamenta di questi valori sono qui incise nel marmo: l'unità della Patria, la libertà dei cittadini.[140]

 25 aprile 2020: nel corso del lockdown proclamato subito dopo lo scoppio della pandemia di COVID-19 in Italia, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella rende omaggio al Milite Ignoto in occasione del 75º anniversario della liberazione.

Dal 4 novembre 2000 le cerimonie simbolicamente più importanti (Anniversario della liberazione d'Italia il 25 aprile, Festa della Repubblica Italiana il 2 giugno, Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate il 4 novembre) avvengono stabilmente presso il monumento.[134] Il Vittoriano è anche diventato importante sede museale di collezioni inerenti all'identità nazionale italiana: gli spazi espositivi presenti (il Museo centrale del Risorgimento e il Sacrario delle Bandiere) sono stati rilanciati con un'opera di potenziamento e aggiornamento che li ha resi sempre più frequentati.[134]

Questa rinascita del Vittoriano è andata di pari passo con la costante e crescente opera di valorizzazione degli altri simboli patri italiani.[134] Il Vittoriano rimane proprietà del Ministero dei beni culturali che, dal 1º febbraio 2005, lo ha gestito tramite la Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Lazio,[125][141] poi Direzione regionale Musei Lazio.

Nel 2020 il monumento è stato unito al vicino Palazzo Venezia in un'unica amministrazione, creando un nuovo ente pubblico del ministero della Cultura, l'istituto VIVE, dotato di autonomia speciale.[142][143]

Alla riscoperta del valore simbolico del Vittoriano si accompagna oggi anche un più sereno giudizio del suo valore artistico che, come per ogni monumento, deve essere contestualizzato nella sua epoca di costruzione: il monumento è oggi visto dalla più aggiornata critica d'arte come un ottimo esempio dell'arte italiana di fine Ottocento e un importante passo nella ricerca dello "stile nazionale" che doveva caratterizzare il Regno d'Italia da poco costituito. Il Vittoriano riveste questo ruolo sia di per sé stesso, sia per le numerosissime opere d'arte che accoglie, tra Neoclassicismo, Eclettismo e Liberty.[144]

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