Foro di Traiano
Il Foro di Traiano, ricordato anche come Forum Ulpium in alcune fonti, è il più esteso e monumentale dei Fori Imperiali di Roma, l'ultimo in ordine cronologico.
Costruito dall'imperatore Traiano con il bottino di guerra ricavato dalla conquista della Dacia e inaugurato, secondo i Fasti ostiensi, nel 112, il foro si disponeva parallelamente al Foro di Cesare e perpendicolarmente a quello di Augusto. Il progetto della struttura è attribuito all'architetto Apollodoro di Damasco.
Il complesso, che misurava 300 m di lunghezza e 185 di larghezza, comprendeva la piazza forense, la Basilica Ulpia, un cortile porticato con la Colonna Traiana e due biblioteche. La presenza del tempio del Divo Traiano e di Plotina, aggiunto da Adriano, sembra essere stata accertata, dopo varie proposte alternative rivelatesi infondate, al di sotto di Palazzo Valentini, dove era tradizionalmente collocato.
La conquista della Dacia (101-106) fruttò a Traiano una enorme ricchezza, stimata in cinque milioni di libbre d'oro (pari a circa 163,6 t) e nel doppio di libbre d'argento[1], e una straordinaria quantità di altro bottino, oltre a mezzo milione di prigionieri di guerra. Si trattava del favoloso tesoro di Decebalo, che lo stesso re avrebbe nascosto nell'alveo di un piccolo fiume (il Sargetia) nei pressi della capitale, Sarmizegetusa Regia[2]. Qualcuno ha pensato che questi numeri strabilianti fossero frutto di un errore di trascrizione e che la cifra reale dovesse essere divisa per dieci ma, anche se così fosse, il risultato rimarrebbe di eccezionale rilievo[3]. In effetti Traiano sembra abbia ottenuto da questo immenso tesoro circa 2.700 milioni di sesterzi, cifra nettamente più alta di quella sborsata da Augusto per la costruzione del suo foro, come attestano le Res gestae[4]. Oltre a ciò, la conquista contribuì a un aumento permanente delle entrate nelle casse dell'erario grazie alle miniere della Dacia occidentale, che furono riaperte sotto la sorveglianza dei funzionari imperiali[5].
Al ritorno dalla campagna fu tributato a Traiano un grandioso trionfo, con spettacoli gladiatorii (ludi) e corse dei carri nel Circo Massimo; si dispose, quindi, la costruzione di un nuovo foro che comprendesse anche la presenza di una colonna celebrativa.
L'impianto del nuovo complesso monumentale, voluto ex manubiis[6] dallo stesso Traiano per celebrare la conquista della Dacia, rese necessario un ampio lavoro di sbancamento, comportante l'eliminazione della sella montuosa che congiungeva il Campidoglio al Quirinale e chiudeva la valle dei Fori Imperiali verso il Campo Marzio[7]. La sella fu in realtà già parzialmente intaccata sotto Domiziano[8], come dimostrano il muro in laterizio sul limite sud-occidentale del Foro di Cesare e le fondazioni della Terrazza domizianea (domus Sexti), su cui attualmente insiste la Casa dei Cavalieri di Rodi[9].
Per realizzare il nuovo foro vennero anche demoliti l'Atrium Libertatis[10], le cui funzioni passarono a una delle absidi della Basilica Ulpia[11], e un tratto delle Mura serviane, entrambi collocati probabilmente sulla sella eliminata[12].
Contemporaneamente al foro, anche per contenere il taglio delle pendici del Quirinale, vennero innalzati i Mercati di Traiano, un complesso di edifici con funzioni prevalentemente amministrative e di archivio, collegato alle attività che si svolgevano nel foro; fu inoltre rimaneggiato il Foro di Cesare, dove si eresse la Basilica Argentaria, e si ricostruì il tempio di Venere Genitrice[13].
Il progetto del nuovo complesso è attribuito nelle fonti antiche ad Apollodoro di Damasco[14], che aveva accompagnato Traiano nelle campagne daciche mettendo a servizio dell'imperatore le sue competenze di architetto nelle attività di supporto tecnico alle operazioni militari (come il ponte di Traiano sul Danubio). I Fasti ostiensi ci informano che il foro venne inaugurato nel 112 e la Colonna di Traiano nel 113.[15]
Significato del foro nella propaganda imperialeorientale
occidentale
Ulpia
(collocazione incerta)
Un'interpretazione del foro vedeva in esso una trascrizione monumentale della pianta tipica dei principia, ovvero la piazza principale degli accampamenti militari[16], quale preciso segnale della politica traianea incentrata sulla componente bellica. Sebbene questa interpretazione sia stata poi superata[17], poiché oggi si ritiene che la pianta riproponga quella dell'Atrium Libertatis di Gaio Asinio Pollione[18], la decorazione del complesso è una celebrazione dell'esercito vittorioso e soprattutto delle virtù del suo comandante, lo stesso imperatore, protagonista delle scene di guerra rappresentate nei rilievi scultorei e raffigurato nelle statue, quella posta in cima alla Colonna Traiana (sostituita nel 1588 da quella di san Pietro) e quella equestre più grande del vero collocata al centro della piazza. Anche alcuni indizi epigrafici[19] suggeriscono una glorificazione di Traiano legata al suo ruolo di vittorioso generale. Vi sono tuttavia anche elementi che sottolineano più la pacificazione ottenuta con la vittoria (pax romana) che la pura e semplice gloria militare (virtus).
Alla glorificazione e futura apoteosi dell'imperatore, determinata dalle sue virtù, alludono anche i diversi fregi figurati degli edifici del complesso, con grifoni, sfingi, vittorie e amorini[20]. La sepoltura di Traiano nel basamento della colonna onoraria rappresenta il culmine di questo intento celebrativo.
FunzioniIl complesso veniva utilizzato per varie funzioni: un procurator Fori Divi Traiani, ricordato in un'iscrizione rinvenuta nei Mercati[21], doveva amministrare le varie attività che vi si svolgevano. Sappiamo dalla Forma Urbis Severiana che una delle absidi della Basilica Ulpia aveva ereditato le funzioni dell'Atrium Libertatis, dove si dovevano svolgere le cerimonie di manomissione degli schiavi[20]. Certamente fu sede di cerimonie pubbliche di vario genere:
vi furono promulgate numerose leggi, alcune delle quali datate tra il 319 ed il 451 d.C.[22]; vi vennero distribuiti alcuni congiaria al popolo romano (una scena simile è rappresentata in uno dei pannelli dell'arco di Costantino, dell'epoca dell'imperatore Marco Aurelio)[23]; vi furono pubblicamente bruciati i documenti di archivio che contenevano la registrazione dei debiti verso il fisco condonati da Adriano[24]; Marco Aurelio vi tenne una vendita all'asta di beni del palazzo imperiale per finanziare le campagne militari contro Germani e Sarmati negli anni settanta del II secolo[25].«Dopo aver prosciugato il tesoro per questa guerra, ormai, non potendo più richiedere alcuna nuova imposta straordinaria sui provinciali, tenne una vendita pubblica nel Foro del divo Traiano di molti degli arredi imperiali, e vendette i calici d'oro, cristallo e murrina, caraffe fatte per i re, le vesti di sua moglie di seta ricamate in oro, e anche i gioielli che aveva trovato in numero considerevole in un armadio sacro di Adriano. Questa vendita andò avanti per due mesi, tanto che fu realizzata una grande quantità di oro, in modo tale da poter condurre a termine la guerra contro i Marcomanni in piena conformità con i suoi piani. Diede inoltre la possibilità agli acquirenti di sapere che, qualora qualcuno di loro avesse voluto restituire il suo acquisto e recuperare i suoi soldi, avrebbe potuto farlo. Né si rese poco gentile con chi preferì non restituire ciò che aveva comprato»
Marco Aurelio dispose, inoltre, che nel Foro di Traiano fossero innalzate statue in ricordo dei generali che per lui combatterono durante le guerre contro le popolazioni del nord[26], mentre Commodo, che era solito farvi apparizioni in pubblico, vi distribuì almeno un congiarium[27].
Le basiliche erano tradizionalmente sede dei tribunali e dell'attività giudiziaria[20], e a questo scopo potevano servire le absidi, spazi separati e raccolti rispetto alla navata centrale[28]. Inoltre, in epoca tarda, si tenevano nel foro lezioni e attività culturali (forse con sale di lettura e scuole), presumibilmente nelle esedre dei portici[29].
La Historia Augusta ricorda, infine, che l'imperatore Aureliano, allo scopo di aumentare il senso di sicurezza dei cittadini, ordinò che i registri dei debiti dovuti allo Stato fossero bruciati, una volta per tutte, proprio nel Foro di Traiano[30].
Storia successivaLa piazza del foro era perfettamente conservata nel IV secolo, come testimonia la meraviglia di Costanzo II in visita a Roma nel 357. In particolare egli fu colpito dalla colossale statua equestre di Traiano[32]:
«[...] quando giunse al Foro di Traiano, che crediamo costruzione unica al mondo, stupefatto anche per il consenso degli Dei, si fermò attonito, rimirandosi tutto intorno tra le costruzioni imponenti, difficili da descrivere e non più imitabili dai mortali. E così messa da parte la speranza di impegnarsi nella costruzione di opere similari, diceva di voler e potere imitare solo il cavallo di Traiano, collocato in mezzo all'atrio, che portava l'imperatore»
Ancora nel V secolo la piazza era uno spazio pubblico, nel quale si erigevano statue a personalità illustri della vita culturale del Tardo impero, come quelle dei poeti Merobaude[33] e Sidonio Apollinare[34].
Nel VI secolo il complesso conservava tutto il suo splendore, come testimonia Cassiodoro[35], ed ancora agli inizi del VII le fonti ci rendono noto di come nelle biblioteche si tenessero recite pubbliche[36].
Nel 663 l'imperatore bizantino Costante II "il Barba" fece asportare dal foro alcune statue ed altri arredi[37]; l'iscrizione della colonna onoraria rimase, ad ogni modo, ben visibile fino alla metà dell'VIII secolo[38].
Nell'VIII secolo il complesso forense suscitava ancora l'ammirazione dei contemporanei[39], ma probabilmente non sopravvisse al tremendo terremoto dell'801, che ne fece crollare gran parte delle strutture segnandone la fine[40].
Intorno alla metà del IX secolo le lastre della pavimentazione marmorea della piazza furono sistematicamente sottratte per essere riutilizzate. L'intervento, piuttosto impegnativo, fu probabilmente condotto ancora in ambito pubblico e i marmi ricavati dovettero essere utilizzati per farne calce di ottima qualità per qualche opera dell'epoca; lo spazio mantenne tuttavia una funzione pubblica e fu ripristinata una pavimentazione in acciottolato, mentre una parte del complesso cominciò a essere occupata da vigne e orti[41].
I problemi d'impantanamento di tutta l'area, causati dall'intasamento delle fognature romane, portarono a una serie di rialzamenti progressivi del terreno e, nel X secolo, a una prima occupazione con abitazioni sparse tra gli elevati degli edifici del foro, che dovevano essere ancora in gran parte conservati. Nell'XI secolo il complesso fu trasformato in fortilizio dalla potente famiglia romana dei Frangipane.
La zona ospitò anche alcuni complessi religiosi: le chiese di San Lorenzo ai Monti, di Santa Maria in Campo Carleo e di San Niccolò de Columna. Quest'ultima, menzionata a partire dal 1032, fu costruita, come ricorda il nome, in addosso alla Colonna di Traiano, utilizzata come campanile[42].
La Basilica Ulpia e le due biblioteche rimasero in piedi fino al XV secolo, in parte scoperchiate e depredate di molte decorazioni[43], mentre all'interno del foro cominciarono a insediarsi diverse abitazioni private e un mercato (Macellum Corvorum)[41].
Il lato meridionale del foro rimase in parte integro, almeno fino alla metà del XVI secolo, sebbene già dal 1263 si fossero ad esso addossate prima la chiesa di Sant'Urbano e, dal 1432, quella di Santa Maria, totalmente restaurata.
Fra il XII e il XIV secolo i Mercati di Traiano furono trasformati in struttura difensiva, nota con il nome di Castellum Miliciae, culminante nella Torre delle Milizie con funzione di mastio della struttura militare. A sud della colonna venne realizzato nel 1432 il Monastero dello Spirito Santo, mentre nel 1536 la chiesa addossata alla colonna fu abbattuta da papa Paolo III e la colonna privata della campana.
Il complesso forense fu oggetto per decenni di un'accanita attività di spoliazione da parte dei costruttori privati allo scopo di recuperare materiale edilizio da reimpiegare, in particolare marmi e "tegolozza"[44].
Tra il 1567 ed il 1570 un consistente rialzamento del terreno a scopo di bonifica dovuto al cardinale Michele Bonelli permise la costruzione del quartiere detto Alessandrino, i cui edifici si impiantarono su quelli più antichi, utilizzati come cantine. La planimetria di questo quartiere restò praticamente immutata sino alle demolizioni mussoliniane per l'apertura di via dei Fori Imperiali[45].
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