La Torre del Mangia si trova in piazza del Campo a Siena; è la torre civica del palazzo Comunale. È tra le torri antiche italiane più alte (la quattordicesima), arrivando a 88 metri all'altezza degli ultimi merli. Secondo quanto scritto da Ranuccio Bianchi Bandinelli, la Torre del Mangia, pur partendo da una levatura del terreno più bassa, raggiunge la stessa altezza del campanile del Duomo di Siena, questo per simboleggiare il raggiunto equilibrio tra il potere celeste e quello terreno, senza che nessuno dei due superi e si imponga sull'altro.
«Sanesi cominciarono una torre…la quale si cominciò in sabato 12 d’ottobre e fecesi in Siena gran festa e vennero i canonici e il chericato del duomo e diceano orationi e salmi e l’operaio del duomo misse n fondo di detta tore alquante monete per memoria di detta tore, e fuvi messo in ogni canto di detta tore nel fondo una pietra con lettere greche, ebraiche e latine, perché non fusse percossa da tuono né da tempesta.»
Con queste parole Agnolo di Tura celebra nelle cronache del 1325 l'inizio dei lavori che dettero vita alla torre, mescolando insieme i sacri riti religiosi delle preghiere, delle orazioni e dei salmi, con quelli profani come la collocazione di monete e iscrizioni in lingua antica come il latino, il greco e l'ebraico per propiziare la solidità dell'edificio. Come però si legge dai registri di pagamento del Camarlengo della Repubblica, comunemente detti della “Biccherna”, risale al 1338 il primo riconoscimento ufficiale dell'edificazione della torre. A lungo è stato erroneamente ritenuto architetto dell'opera il maestro Agostino di Giovanni, apprezzato scultore senese del Trecento, creduto l'unico ideatore ed artefice. Sempre dai registri della Biccherna risulta che abbia lavorato al progetto, ma solo per un breve lasso di tempo, mentre più probabilmente i primi architetti incaricati furono i perugini Minuccio di Rinaldo e suo fratello Francesco. In tutto i registri del tempo riportano nell'arco di dieci anni i nomi di otto “operarii turris” che presero parte alla costruzione della torre. Un altro documento del 1341 chiama in causa per la realizzazione anche Lippo Memmi, famoso pittore e cognato di Simone Martini, al quale venne dato il compito di rendere l'edificio più imponente e raffinato delle altre torri che si ergevano per le vie della città: fu lui che realizzò il progetto del particolare coronamento che “spezza” la lunga canna in mattoni. I lavori non durarono a lungo: è del 1348 un documento che delibera la fusione della “champana nuova … de' Signori Nove" [1] da collocare sopra la torre, operazione posticipata però di un anno a causa delle ingenti vittime della peste che non risparmiò la città.
Nel 1798 Siena fu colpita da un disastroso terremoto, ma la Torre ne uscì illesa, complice il precedente restauro a opera dell'ingegnere Alessandro Matteucci e dell'architetto incaricato Alessandro Nini, il quale fece levare definitivamente dalla cima la statua del “Mangia”. Scrive il Reverendo Professore Ambrogio Soldani riguardo al terremoto: “ con meraviglia degli architetti e di tutti quegli che essendo in Piazza vedevanla con sorpresa, e con orrore insieme, oscillare specialmente verso la cime e pareva loro che dovesse spezzarsi e cadere a terra […] in tutte le sue parti”.[2]
Il "Mangia" personaggioDa sempre il popolo senese è solito chiamare con soprannomi ed epiteti cose o persone (non a caso ogni fantino che corre il Palio ha un personale soprannome datogli dalla contrada con cui esordisce); non fu escluso da tale consuetudine uno dei primi campanari adibiti a scandire le ore, tale Giovanni di Balduccio, "mésso dei Signori Nove", noto per i suoi sperperi e i suoi vizi legati soprattutto alla cucina. Tale fama gli valse il soprannome di "Mangiaguadagni" o, più semplicemente, "Mangia".[3]. Il lavoro di campanaro non gli durò a lungo visto che nel 1360 venne subito installato il primo orologio meccanico. Quando poi nel 1400 Don Gasparo di Simone degli Ubaldini (famoso al secolo per l'orologio del Rialto a Venezia, di Orvieto e di Città di Castello) ne rifece i meccanismi, vi associò un automa per battere le ore sulla campana al posto del Balduccio. Il popolo senese conservò il nomignolo di "Mangia" anche per l'automa meccanico che l'aveva sostituito, anche in considerazione delle ingenti somme di denaro che venivano versate per i numerosi interventi di manutenzione e restauro dell'orologio e dei suoi complicati meccanismi.
La figura del “Mangia” è sempre stata accompagnata da un'aura di mistero e fantasia. L'affetto e la simpatia che il popolo senese gli ha sempre riconosciuto è stata tale che, dal Seicento, gli vennero attribuiti alcuni componimenti satirici vestendolo così della dote di poeta. Risulta suo un madrigale dal titolo “Il Mangia smartellato a gl'amanti ammartellati", infarcito di equivoci doppi sensi, ancora conservato presso l'archivio dell'Accademia dei Rozzi, datato 1667: “Dell'antica campana/ hor che mi trovo un Campanon maggiore/ Vò cercando per tutto/ Martel più grande per sonar l'ore;/ Voi amanti scherniti,/ Che di tal Mercantia sempre abbondate,/ Un de' vostri martelli a me portate: / Qual non voglio comprare,/ Ma si bene scontare / Che se col vostro sospirato oggetto, / Sollevarete gl'amorosi affanni, / Vi prometto di farvi ore com'anni.”[4]
Il "Mangia" automaNel corso degli anni la statua adibita a battere le ore sulla campana non è stata sempre la stessa, numerose opere d'arte e marchingegni meccanici si sono alternati a compiere il lavoro che un tempo fu del sopracitato Giovanni di Balduccio. La primissima statua venne realizzata in legno, ma esposta com'era alle intemperie, nel 1425 fu sostituita da una in ottone ad opera del fiorentino Dello di Niccolò e dei Daniello e Lazzaro di Leonardo, incaricati questi ultimi a decorare anche la sfera dell'orologio. Durante i due secoli successivi si hanno notizie di vari restauri all'orologio e all'automa, che in alcune occasioni rimase anche inoperoso, mentre nel 1666, con il rinnovamento del Campanone, si registra nei libri di spese del tempo la commissione al sarto Camillo Lanciati di un rivestimento in stoffa della nuova statua imbottita di fieno. Ma è proprio il campanone che segna il “declino” dell'automa: infatti per montare l'enorme Sunto sulla sommità della Torre fu necessario togliere alcuni merli e l'ingombrante statua del “Mangia”. Fu poi sostituita con una in pietra e ricollocata nel 1682 su un merlo d'angolo, mentre nel 1725 venne rifatto prima in ottone e poi ancora in legno rivestito di piombo. L'ultima versione risale al 1759, dalle fattezze di un maestoso guerriero, opera scolpita in un unico blocco di travertino dallo scultore fiorentino Angiolo Bini. La statua era si ben visibile dalla piazza, ma ormai priva della sua iniziale funzione poiché era stato contemporaneamente installato un orologio che batteva da sé le ore, ed il “Mangia” si limitava a ruotare e fingere di colpire la campana con il martello che teneva fra le mani. Scarnificata quindi delle sue funzioni venne definitivamente tolta nel 1780.
Il "Mangia" perduto e ritrovatoDurante alcuni lavori di restauro alla torre nel 1780, la statua del "Mangia" venne tolta dalla cima e riposta in un magazzino del comune. Abbandonata per anni nei fondi del Palazzo Pubblico, venne notata dal Governatore Giulio Ranuccio Bianchi Bandinelli e fatta trasportare nel 1824 nella sua villa di Pagliaia per ornarne il lago. Quasi un secolo più tardi, il suo pronipote Ranuccio, affermato studioso, casualmente venne a conoscenza di questo fatto e volle recuperare la statua ritenuta ormai dispersa. Come ha poi riportato sul giornale “balzana” del 1927, il lago della villa di Pagliaia era ormai prosciugato, ma in un fosso di tale campo intravide la testa di una statua che identificò come il “Mangia”, e poco lontano il suo busto. Mancante delle braccia che presumibilmente vennero utilizzate come materiale di recupero per la costruzione di un fienile, donò l'opera restaurata al Comune di Siena e ancora oggi è visibile nel Cortile del Podestà (comunemente chiamato "entrone" dai senesi, dove i cavalli che corrono il Palio sostano prima di entrare sul tufo) del Palazzo Pubblico. Proprio Bianchi Bandinelli la descrive come “un mutilo resto di travertino, quasi impari alla sua fama, come del resto tutti i grandi uomini visti da vicino”.[5].
Danni e restauri Per intemperieFino alla fine del Settecento, data in cui venne finalmente deciso dopo un lungo dibattito di dotare la Torre di un parafulmine, furono proprio le scariche elettriche delle saette a causare i principali danni all'edificio. Il 6 aprile 1460 un fulmine arrivò ad abbattere alcuni merli che ornavano la Rocca della Torre oltre a spostare la statua del Mangia. Vano fu il tentativo di riparare un tale danno, tanto che nel 1463 venne richiesto l'ausilio di ingegneri specializzati provenienti da Roma. I costi di tale operazione erano così ingenti che costrinsero il Concistoro a rinunciare. Qualche mese più tardi, viste le precarie condizioni in cui la Torre versava, venne ipotizzato di togliere le campane dalla cima in via precauzionale e fu avanzato in questa occasione il progetto per la realizzazione di una seconda torre sul lato opposto del Palazzo su cui porre le campane della “torre vecchia”. Il lavoro non fu mai realizzato sebbene pare che circolasse già un disegno del progetto, e anche per periodi successivi non ci sono notizie relative a restauri o interventi. Le cronache riportano notizie di danni causati dalla caduta di fulmini negli anni 1470, 1496, 1519 e nel 1730.
Per gli assedi nemiciAlessandro Sozzini riguardo alla battaglia del 1554 contro i fiorentini dice: “…Il dì detto, gl'Imperiali dei Forti di Camollia tirorno una botta d'artiglieria alla Torre di Piazza, e colse in la cima nel mezzo dell'arme della Balzana, mandò giù un merlo, ed una pietra grossa sfondò la volta della Cappella di Piazza; e fece gran fracasso e molta gente l'andò a vedere..”. Quattro anni dopo, finita la guerra, vennero riparati i danni.[6]
Per fatalitàDurante la festa annuale per la commemorazione della “promotio” granducale, la sera del 9 gennaio 1701, come consuetudine vennero accese delle fiaccole sul Palazzo e sulla Torre, provocando un incendio che danneggiò una delle travi sottostanti alla cella campanara; danno che venne riparato solo nel 1705. Nel 1717 una delle lupe-sgocciolatoio cadde provocando un buco nel soffitto della Cappella sottostante. I danni furono riparati con spese contenute.[7]
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