Gallerie dell'Accademia

Le Gallerie dell'Accademia di Venezia sono un museo statale italiano. Si trovano nel sestiere di Dorsoduro ai piedi del ponte dell'Accademia, in quello che fino all'inizio del XIX secolo era il vasto complesso formato dalla chiesa di Santa Maria della Carità, dal convento dei Canonici Lateranensi e dalla Scuola Grande di Santa Maria della Carità (l'ingresso è per il portale di quest'ultima). Prendono il nome dall'Accademia di Belle Arti, che le ha aperte nel 1817 e ne ha condiviso la sede fino al 2004.

Raccolgono la migliore collezione di arte veneziana e veneta, soprattutto legata ai dipinti del periodo che va dal XIV al XVIII secolo: tra i maggiori artisti rappresentati figurano Tintoretto, Giambattista Pittoni, Tiziano, Canaletto, Giorgione, Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio, Cima da Conegliano e Veronese. Vi si conservano anche altre forme d'arte come sculture e disegni, tra i quali il celeberrimo Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci (esposto solo in occas...Leggi tutto

Le Gallerie dell'Accademia di Venezia sono un museo statale italiano. Si trovano nel sestiere di Dorsoduro ai piedi del ponte dell'Accademia, in quello che fino all'inizio del XIX secolo era il vasto complesso formato dalla chiesa di Santa Maria della Carità, dal convento dei Canonici Lateranensi e dalla Scuola Grande di Santa Maria della Carità (l'ingresso è per il portale di quest'ultima). Prendono il nome dall'Accademia di Belle Arti, che le ha aperte nel 1817 e ne ha condiviso la sede fino al 2004.

Raccolgono la migliore collezione di arte veneziana e veneta, soprattutto legata ai dipinti del periodo che va dal XIV al XVIII secolo: tra i maggiori artisti rappresentati figurano Tintoretto, Giambattista Pittoni, Tiziano, Canaletto, Giorgione, Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio, Cima da Conegliano e Veronese. Vi si conservano anche altre forme d'arte come sculture e disegni, tra i quali il celeberrimo Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci (esposto solo in occasioni particolari).

Sono di proprietà del Ministero per i beni e le attività culturali, che dal 2014 le ha annoverate tra gli istituti museali dotati di autonomia speciale.

  Lo stesso argomento in dettaglio: Accademia di belle arti di Venezia.
 Crasso saccheggia il tempio di Gerusalemme di Giambattista Pittoni (1743)

Fin dalla fondazione (1750) l'Accademia acquisiva opere d'arte con finalità didattiche e di restauro. Con la caduta della Serenissima (1797) e il trattato di Presburgo (dicembre 1805), Venezia entrò nell'orbita francese divenendo una delle province del Regno Italico creato da Napoleone. Fu in questo periodo che numerosi decreti portarono alla chiusura di tutti i palazzi pubblici, alla soppressione di monasteri e conventi, alla soppressione di circa 40 parrocchie e circa 200 edifici di culto, nonché alla demolizione di molti altri[1]. Gli oggetti d'arte che non presero la via della dispersione (molti finirono al principale museo del regno dopo il Louvre, Brera), vennero raccolti all'Accademia, con finalità essenzialmente didattiche per gli studenti d'arte[1].

La sede originale della raccolta era il Fonteghetto della Farina, ma in seguito la disponibilità di edifici passati alle autorità dopo le soppressioni fece optare, nel 1807, per il convento dei Canonici Lateranensi, la chiesa e la Scuola della Carità[1]. La sistemazione di un complesso di edifici così vario fu accolta con perplessità da parte degli accademici, soprattutto per le enormi spese che avrebbe comportato il trasferimento e l'adattamento, ma la decisione governativa non mutò. Così vennero avviati profondi lavori incaricando il cattedratico Giannantonio Selva e l'allievo Francesco Lazzari: la chiesa fu suddivisa in ambienti, sia in orizzontale che in verticale eliminando tutti gli altari e gli arredi; il piano inferiore fu diviso in cinque grandi ambienti destinati alla scuola, mentre in quello superiore furono ricavati due grandi saloni illuminati da lucernari e riservati all'esposizione delle opere d'arte; furono invece murate le originarie finestre gotiche della chiesa. Inoltre il convento perse parte dell'impianto palladiano per consentire la costruzione di nuove ali (1834), la facciata fu rifatta dal Lazzari (1830) e l'atrio della Scuola fu modificato[1].

Il primo nucleo della collezione comprendeva anche i saggi degli allievi ed una raccolta di gessi (da cui il nome al plurale "Gallerie"), e fu esposto con successo nel 1817[2]. La raccolta si arricchì di dipinti riportati dalla Francia sconfitta e soprattutto dei lasciti di grandi collezionisti. Ulteriori acquisizioni si ebbero al passaggio delle Gallerie allo Stato (1879) e sono continuate anche in seguito. La divisione tra la scuola d'arte e il museo fu avviata nel 1870 e ultimata solo nel 1882. Un primo riordino della pinacoteca, con l'eliminazione dei quadri dell'Ottocento, si ebbe nel 1895 sotto la direzione di Giulio Cantalamessa: gli esigui esempi di scuole non venete vennero raccolti e il resto dei dipinti ordinati in maniera cronologica; i grandi cicli di teleri furono riuniti nei due saloni della chiesa della Carità (Storie di sant'Orsola del Carpaccio e i Miracoli della reliquia della vera croce di artisti vari); la Presentazione di Maria al Tempio di Tiziano fu infine collocata nella Sala dell'Albergo della Scuola, affinché tornasse nel contesto originale per cui era stata ideata[3].

Durante la prima guerra mondiale i dipinti più importanti furono rifugiati a Firenze, tornando agli inizi degli anni venti e mettendo in luce l'esigenza di una riorganizzazione. Nel 1923 si volle recuperare parzialmente l'aula absidata della chiesa, eliminando gli ambienti destinati ai teleri quattrocenteschi, ripristinando il soffitto a capriate e le finestre gotiche; le Storie di sant'Orsola vennero spostate nella sala che ancora oggi le conserva, mentre rimase solo il ciclo dei Miracoli. Nello stesso periodo l'Assunta lasciò il museo per tornare sull'altare maggiore dei Frari. Le residue opere ottocentesche vennero date alla Ca' Pesaro, mentre molte opere di scuole straniere furono spostate alla Galleria Franchetti presso la Ca' d'Oro[4].

Durante l'ultimo conflitto i capolavori veneziani vennero protetti in vari depositi decentrati, tra cui la rocca di Sassocorvaro. Nel 1944-1949 furono eseguiti ulteriori lavori di ammodernamento secondo i più recenti principi museografici, predisponendo, sotto la direzione di Vittorio Moschini, una ristrutturazione e un'aggiunta di un nuovo edificio collegato alle sale ottocentesche, opere di cui si occupò Carlo Scarpa. Solo nel 1960 tale intervento poté dirsi definitivamente concluso, con un diradamento delle opere, l'eliminazione dei falsi storici e una maggiore attenzione ai materiali utilizzati[5].

Sotto la direzione di Francesco Valcanover, tra il 1961 e il 1967, furono aggiornati gli impianti e i servizi. Inoltre fu risistemata la collezione grafica all'ultimo piano, in ambienti appositamente climatizzati. In tempi più recenti è stato aperto un nuovo deposito all'ultimo piano dell'edificio di Palladio, e si è provveduto a una generale revisione degli allestimenti[5]. Nel periodo 2001 - 2003 gli ambienti della Galleria sono stati al centro di un progetto di illuminazione e ampliamento delle aree espositive. Alcuni di questi interventi sono stati realizzati anche grazie ai fondi del Gioco del Lotto, in base a quanto regolato dalla legge 662/96[6].

^ a b c d Impelluso, cit., p. 7. ^ Impelluso, cit., p. 9. ^ Impelluso, cit., p. 10. ^ Impelluso, cit., p. 11. ^ a b Impelluso, cit., p. 12. ^ In 16 anni «salvati» 34 monumenti, su ilgazzettino.it, 27 novembre 2014.
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