Contesto di Etiopia

L'Etiopia (AFI: /eti.ˈɔpja/; in amarico: ኢትዮጵያ, Ītyōṗṗyā ), ufficialmente denominata Repubblica Federale Democratica d'Etiopia (የኢትዮጵያ ፌዴራላዊ ዲሞክራሲያዊ ሪፐብሊክ, ye-Ītyōṗṗyā Fēdēralāwī Dīmōkrāsīyāwī Rīpeblīk ), è uno Stato dell'Africa orientale situato nel Corno d'Africa, con una popolazione di circa 116,5 milioni di abitanti e con capitale Addis Abeba.

Confina a nord con l'Eritrea, a nordest con il Gibuti e il territorio conteso del Somaliland, a est con la Somalia, a ovest con il Sudan e il Sudan del Sud e a sud con il Kenya. Priva di sbocchi sul mare...Leggi tutto

L'Etiopia (AFI: /eti.ˈɔpja/; in amarico: ኢትዮጵያ, Ītyōṗṗyā ), ufficialmente denominata Repubblica Federale Democratica d'Etiopia (የኢትዮጵያ ፌዴራላዊ ዲሞክራሲያዊ ሪፐብሊክ, ye-Ītyōṗṗyā Fēdēralāwī Dīmōkrāsīyāwī Rīpeblīk ), è uno Stato dell'Africa orientale situato nel Corno d'Africa, con una popolazione di circa 116,5 milioni di abitanti e con capitale Addis Abeba.

Confina a nord con l'Eritrea, a nordest con il Gibuti e il territorio conteso del Somaliland, a est con la Somalia, a ovest con il Sudan e il Sudan del Sud e a sud con il Kenya. Priva di sbocchi sul mare, occupa una superficie totale di più di 1100000 km², ma con una bassa densità di popolazione.

Di più Etiopia

Informazioni di base
  • Moneta Birr etiope
  • Prefisso telefonico +251
  • Dominio Internet .et
  • Mains voltage 220V/50Hz
  • Democracy index 3.38
Population, Area & Driving side
  • Popolazione 120283026
  • La zona 1104300
  • Lato guida right
Cronologia
  •   Lo stesso argomento in dettaglio: Storia d'Etiopia.

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      Lo stesso argomento in dettaglio: Storia d'Etiopia.

    Anticamente, con Etiopia si individuava un'area del nord-est dell'Africa, confinante a nord con l'Egitto e a est col Mar Rosso. L'utilizzo di questo termine, tuttavia, è variato considerevolmente durante le varie epoche fino ad arrivare a indicare l'attuale stato. Con lo sviluppo scientifico della geografia, gli etiopi iniziarono a essere considerati in maniera meno vaga e il loro nome fu utilizzato come equivalente dell'Assiria, del Kush ebraico e del Kesh uniti insieme.[1]

    Preistoria  'Lucy', il famoso Australopithecus afarensis.

    Nel 1994 furono scoperti in Etiopia i resti di un Ardipithecus, un antichissimo ominide vissuto oltre 4 milioni di anni fa.[2] Il più conosciuto tra i progenitori dell'uomo di cui si hanno tracce resta tuttavia l'Australopithecus afarensis ribattezzato Lucy di 3,2 milioni di anni fa, rinvenuto nel 1974 nei pressi del villaggio Hadar nella valle dell'Auasc del Triangolo di Afar.[3]

    Anche se i più antichi resti di Homo sapiens risalenti a oltre 300 000 anni fa furono scoperti nel 2004 nella zona del Jebel Irhoud in Marocco,[4] l'Etiopia è considerata uno dei primi siti in cui si svilupparono gli esseri umani anatomicamente moderni;[5] ossa umane di un Homo sapiens di 200 000 anni fa furono rinvenute nel 1967 nell'Omo Kibish a sud dell'Etiopia.[6] Nel 1997 furono inoltre ritrovati nella media valle dell'Auasc i resti scheletrici dell'Homo sapiens idaltu, risalente a circa 160 000 anni fa, considerato un'estinta sottospecie dell'Homo sapiens o l'antenato più prossimo dell'essere umano anatomicamente moderno.[7] Da questa regione, gli ominidi si sarebbero poi diffusi, occupando le aree del Medio Oriente e oltre.[8][9][10]

    Secondo molti linguisti, le prime popolazioni di lingua afro-asiatica arrivarono nella regione durante il Neolitico dalla famiglia Urheimat[11] della valle del Nilo[12] oppure dal Vicino Oriente.[13] Altri studiosi suppongono invece che si siano sviluppate nel Corno d'Africa e successivamente si siano sparse in tutto il mondo.[14]

    Antichità
      Lo stesso argomento in dettaglio: D'mt.
     Rovine del tempio a Yeha. Monete axumite del re Endubis, 227-35, conservate al British Museum con le iscrizioni in lingua greca antica "AΧWMITW BACIΛEYC" ("Re di Axum") e "ΕΝΔΥΒΙC ΒΑCΙΛΕΥC" ("Re Endubis").[15]

    Intorno all'VIII secolo a.C. venne fondato, nei territori delle odierne Eritrea ed Etiopia settentrionale, un regno conosciuto come D'mt. La capitale si trovava nei pressi della città di Yeha, a nord dell'Etiopia. Secondo la maggior parte degli storici moderni, la civiltà era nativa dell'Etiopia, benché influenzata dai Sabei.[16][17] Secondo altri studiosi, invece, il D'mt fu il risultato dell'unione di culture afro-asiatiche con derivazioni sia cuscitiche, per mezzo dei locali Agau, sia semitiche, attraverso i Sabei dell'Arabia meridionale. Ciò nonostante il ge'ez, l'antica lingua semitica dell'Etiopia, dovrebbe essersi sviluppato in modo indipendente dal sabeo, poiché già intorno al 2000 a.C. il semitico era parlato in Etiopia e in Eritrea, dove il ge'ez si sviluppò.[18][19] L'influenza sabea potrebbe quindi essere stata minore, limitata a pochi luoghi, e forse scomparve dopo alcuni decenni o al massimo un secolo; potrebbe in particolare essere derivata da scambi commerciali o alleanze militari con la civiltà etiopica di D'mt o di qualche altro Stato proto-axumita.[16][17]

    Regno di Axum
      Lo stesso argomento in dettaglio: Regno di Axum.
     Stele di Axum.

    Nel IV secolo a.C., dopo la caduta della civiltà dei D'mt, l'altopiano etiope fu dominato da vari piccoli regni. Nel I secolo d.C. il Regno di Axum emerse nelle odierne Etiopia del nord ed Eritrea. Secondo il Libro di Axum, la prima capitale del regno fu Mazabe, costruita dagli Etiopi, figli di Cush.[20] Il regno poi estese il suo dominio sull'altra sponda del Mar Rosso, nell'odierno Yemen.[21] Nel III secolo il profeta e religioso persiano Mani menzionò il regno di Axum tra le quattro grandi potenze dell'epoca, insieme all'Impero romano, all'Impero persiano e all'Impero cinese.[22]

    Intorno al 316, Frumenzio e suo fratello Edesio da Tiro accompagnarono lo zio in Etiopia. Quando la nave attraccò nel porto axumita del Mar Rosso, i nativi uccisero tutti i viaggiatori a eccezione dei due fratelli, che furono poi condotti a corte come schiavi. I fratelli riuscirono a ottenere incarichi di fiducia da parte del re Ezanà e convertirono i membri della corte reale al cristianesimo. Frumenzio divenne il primo vescovo di Axum,[23][24] anche se la religione cristiana potrebbe essere stata, in un primo momento, limitata agli ambienti di corte.

     La chiesa cristiana axumita di Bet Giorgis a Lalibela.

    Mentre il regno di Axum cadde successivamente in declino, il sultanato di Scioà fu fondato nella regione omonima al centro dell'odierna Etiopia; lo Stato fu governato dalla dinastia Makhzumi fino all'incirca al 1280, quando subentrò la dinastia Walashma.[25]

    Il primo contatto che il profeta islamico Maometto ebbe con l'Etiopia avvenne col re di Axum Aṣḥama ibn Abjar, che nel 614 diede rifugio a numerosi musulmani perseguitati.[26][27] Secondo lo storico Taddesse Tamrat, la tomba di Ashamat al-Negashi si troverebbe a Ugorò.[28][29] Il secondo contatto di Maometto con l'Etiopia avvenne durante la spedizione di Zayd ibn Haritha, quando il profeta inviò al Negus Aṣḥama d'Axum il Compagno Amr bin Umayyah al-Damri con una lettera,[30] invitandolo a seguire il suo messaggio e credere in Allah.[31]

    Attorno al 970 la regina Gudit[32] invase il regno di Axum e distrusse tutti i luoghi di culto cristiani. Presentata tradizionalmente dalle cronache etiopi come ebrea, secondo alcuni studiosi potrebbe invece essere stata pagana.[33]

    Medioevo
      Lo stesso argomento in dettaglio: Dinastia Zaguè e Impero d'Etiopia.
     L'imperatore d'Etiopia Davide II, membro della Dinastia Salomonide.

    A partire dal 1137 la dinastia Zaguè governò diverse regioni delle odierne Etiopia ed Eritrea. L'origine e il nome di questa dinastia derivano dal ramo cusitico. Gli Agau del nord dell'Etiopia fecero parte del governo del paese fino al 1270. Da allora fino al 1755 fu la dinastia Salomonide a governare l'impero etiopico.

    Nei primi anni del XV secolo, l'Etiopia, per la prima volta dall'era axumita, cercò di stringere degli accordi diplomatici con i regni europei, come dimostrato da una lettera inviata dal re Enrico IV d'Inghilterra all'Imperatore dell'Abissinia.[34] Nel 1428, l'imperatore Yeshaq I inviò degli emissari ad Alfonso V d'Aragona, che, a sua volta, inviò alcuni suoi emissari.[35]

     Il Fasil Ghebbi dell'imperatore Fasilides a Gondar.

    Tuttavia, i primi rapporti continuativi con un paese europeo si verificarono a partire dal 1508, quando l'imperatore Davide II, dopo aver ereditato il trono dal padre, strinse vari accordi col Regno del Portogallo.[36][37] Ciò consentì all'imperatore di difendersi dagli attacchi da parte del generale e imam Ahmad ibn Ibrahim al-Ghazi[38] del Sultanato di Adal: il Portogallo inviò all'imperatore etiope quattrocento uomini armati, aiutando così Claudio, figlio di Davide II, a sconfiggere Ahmad e a ristabilire il suo dominio.[39] Questa guerra tra l'Abissinia e l'Adal fu una delle prime nella regione in cui parteciparono l'Impero ottomano e il Regno del Portogallo.

    La conversione al cattolicesimo dell'imperatore Susenyos, avvenuta nel 1624, fu la causa di rivolte e disordini civili che causarono migliaia di morti.[40] I missionari gesuiti avevano offeso la fede ortodossa degli etiopi, così, il 25 giugno del 1632, l'imperatore Fasilides, figlio di Susenyos, dichiarò il cristianesimo ortodosso religione di Stato in Etiopia, espellendo i missionari gesuiti e gli altri europei.[41]

    Sultanato di Aussa
      Lo stesso argomento in dettaglio: Sultanato di Aussa.
     La bandiera del Sultanato di Aussa.

    L'Imamato di Aussa,[42] nella zona nord-est dell'odierna Etiopia, nacque nel 1577, in seguito alla scissione del Sultanato di Adal nell'Imamato di Aussa, guidato da Muhammad Jasae, e nel Sultanato di Harar. Nel 1672 l'imamato perse gradualmente la sua influenza in seguito all'ascesa al trono dell'imam Umar Din bin Adam,[43][44] ma intorno al 1734 fu ristabilito come sultanato dal re Kedafu della dinastia dei Mudaito.[45][44] Il simbolo principale del Sultano era rappresentato da un testimone in argento.[46][47]

    Zemene Mesafint (Era dei Principi)
      Lo stesso argomento in dettaglio: Zemene Mesafint.
     L'imperatore Teodoro II.

    Tra il 1755 e il 1855, l'Etiopia visse un periodo di isolamento denominato Zemene Mesafint o "Era dei Principi". Gli imperatori divennero mere figure di facciata, controllate inizialmente dai capi militari del Tigré ras Mikael Sehul e ras Wolde Selassie e successivamente dalla dinastia oromo dei Yejju, tra i quali ras Gugsa di Yejju del Begemder, che introdusse come lingua di corte l'oromonico.[48][49]

     L'imperatore Giovanni IV.

    L'isolamento etiope terminò in seguito a una missione britannica che comportò l'alleanza tra le due nazioni, ma solo nel 1855 l'Etiopia fu completamente unificata e posta sotto il governo dell'imperatore Teodoro II, che iniziò a modernizzare il paese e a centralizzare il potere. Tuttavia l'impero fu attaccato in numerose occasioni, da parte sia delle milizie oromo, sia dei ribelli Tigré, sia dell'Impero ottomano e delle forze egiziane nei pressi del Mar Rosso. Teodoro II, fortemente indebolito nel potere, si suicidò nel 1868 dopo la sua ultima battaglia contro un corpo di spedizione britannico, inviato in Etiopia per liberare un gruppo di europei da lui presi in ostaggio.

    In seguito fu proclamato imperatore Teclè Ghiorghìs II, che tuttavia fu sconfitto nel 1871 nelle battaglie di Zulawu e Adua dal deggiasmac Cassa, che fu proclamato imperatore d'Etiopia col nome di Giovanni IV il 21 gennaio 1872. Nel 1875 e nel 1876, le forze egiziane, accompagnate da ufficiali europei e americani, invasero due volte l'Abissinia, ma furono sconfitte dall'esercito etiope inizialmente nella battaglia di Gundet, dove morirono 800 soldati, e definitivamente il 7 marzo 1875 nella battaglia di Gurail, perdendo almeno 3 000 uomini, tra uccisi o catturati.[50] Nel 1885 l'Etiopia entrò in guerra contro lo Stato sudanese mahdista, in alleanza con le forze britanniche, turche ed egiziane; il 10 marzo 1889, durante la battaglia di Gallabat, Giovanni IV fu ucciso dall'esercito sudanese di Khalifah Abdullah, che, seppur vittorioso, subì gravi perdite e per questo sospese le azioni offensive contro l'Etiopia.

    Il regno di Menelik II (1889-1913)  L'imperatore Menelik II.
    Mappe dell'Etiopia della fine del XIX secolo
     
    Mappa dell'Etiopia nel 1891
     
    Mappa dell'Eritrea ed Etiopia nel 1896.[51]

    L'Etiopia, nella sua forma più moderna, ebbe inizio con il regno di Menelik II, imperatore dal 1889 fino alla sua morte nel 1913. Dalla sua base nella provincia centrale della Scioà, Menelik decise di annettere all'Etiopia i territori del sud-est e sud-ovest,[52] abitati dagli oromo, dai Sidamo, dai guraghé, dai wolaytae e da altri gruppi.[53] Le conquiste di Menelik, rese possibili grazie all'aiuto del ras Gobena Dache, shoano della milizia Oromo,[54] si diressero in particolare contro i sovrani feudali Oromo, che nel secolo precedente avevano dominato il Paese durante l'"Era dei principi"; la principale dinastia regnante era stata quella degli Yejju, alla quale erano appartenuti i ras Aligaz di Yejju e suo fratello Ali I di Yejju;[55][56] era stato in particolare quest'ultimo il fondatore della città di Debre Tabor nella regione degli Amara, capitale del Paese durante la dominazione della dinastia.[57]

    Durante il suo regno, Menelik II realizzò molte innovazioni: costruì strade, distribuì l'elettricità, diffuse l'istruzione, sviluppò un sistema di tassazione centrale e fondò la città di Addis Abeba, che nel 1881 divenne la capitale della provincia di Scioà e nel 1889, dopo la salita al potere dell'Imperatore, la nuova capitale dell'Etiopia. Dal 1888 al 1892 l'Etiopia subì una grande carestia.[58][59]

     La battaglia di Adua del 1896.

    Alla fine del XIX secolo, in seguito all'apertura del canale di Suez, prese nuovo slancio la colonizzazione del continente africano da parte dei Paesi europei, che si interessarono anche all'impero etiope. Nel 1870 il porto eritreo di Assab, presso l'entrata meridionale del Mar Rosso, fu acquistato da una compagnia italiana, come cessione di un sultano locale, ponendo le basi per la fondazione di una colonia italiana in Eritrea. Al termine degli scontri della guerra d'Eritrea, nel maggio 1889 il Regno d'Italia e l'Impero d'Etiopia stipularono il trattato di Uccialli, volto a regolare i rapporti reciproci tra i due Paesi e a riconoscere le acquisizioni italiane in Eritrea. Tuttavia, la differente interpretazione delle clausole del trattato, causata dalla non corrispondenza tra le due versioni in italiano e in amarico, comportò l'insorgere di contrasti tra i due governi, che scaturirono nel 1895 nella guerra di Abissinia.[60] Il conflitto si concluse l'anno seguente con la pesante sconfitta italiana nella battaglia di Adua.[53][61] Il Regno d'Italia e l'Impero d'Etiopia firmarono il 26 ottobre del 1896 il trattato di Addis Abeba, che abrogò il precedente trattato di Uccialli e sancì le nuove relazioni fra i due Paesi: l'Italia riconobbe la piena sovranità etiopica, il confine lungo la linea Mareb-Belesa-Muna rimase inalterato, i prigionieri italiani furono restituiti in cambio del pagamento delle spese per il loro sostentamento e furono avviate nuove trattative commerciali.[62]

    Il regno di Hailé Selassié (1916-1974) e il periodo coloniale italiano (1936-1941)
      Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra d'Etiopia.
     L'imperatore Hailé Selassié nel 1934.

    In seguito alla morte di Menelik II, divenne reggente d'Etiopia il nipote Iasù V,[63] ma non fu mai incoronato e, a causa delle sue simpatie musulmane, fu detronizzato tre anni dopo, in seguito al suo tentativo di spostare la capitale nella regione di Harar, a maggioranza islamica.[64] Fu quindi nominata imperatrice la zia Zauditù, figlia di Menelik II, che fu fin da subito affiancata nel governo dal cugino ras Tafarì Maconnèn,[65] in qualità di enderassié (ossia reggente e vicario imperiale).[64] Tafarì intraprese una campagna di modernizzazione del Paese già nei primi anni di reggenza e nel 1923 ottenne l'ingresso del Paese nella Società delle Nazioni.[66] Infine il 2 novembre 1930, in seguito alla morte di Zauditù, fu nominato imperatore d'Etiopia col nome di Hailé Selassié ("Forza della Trinità").[67]

     Mappa dell'Africa Orientale Italiana nel 1936.

    In seguito all'incidente di Ual Ual del dicembre 1934, il Regno d'Italia il 3 ottobre 1935 attaccò dall'Eritrea e dalla Somalia italiana l'Impero d'Etiopia. Hailé Selassié si appellò alla Società delle Nazioni, che deliberò delle sanzioni economiche contro l'Italia;[68] l'Imperatore fu quindi nominato Persona dell'anno dal Time, acquistando notorietà in tutto il mondo.[69] Il comando dell'esercito italiano fu affidato al generale Pietro Badoglio, che riuscì a sconfiggere la resistenza degli etiopi utilizzando in alcuni casi anche armi chimiche;[70] il 2 maggio Hailé Selassié partì in esilio volontario per la Gran Bretagna e tre giorni dopo Badoglio entrò nella capitale Addis Abeba; l'8 maggio il generale Rodolfo Graziani espugnò la regione di Harar e il giorno seguente Mussolini annunciò la nascita dell'Impero, di cui si proclamò Fondatore, mentre il re Vittorio Emanuele III assunse il titolo di Imperatore d'Etiopia.[71] L'Etiopia divenne quindi parte dell'Africa Orientale Italiana insieme a Eritrea e Somalia italiana.[71][72]

    Ciò nonostante, numerosi ras, tra i quali Immirù Hailé Selassié, non si sottomisero e continuarono a combattere attraverso una efficace guerriglia, nonostante le dure azioni repressive di risposta delle forze italiane.[73] L'episodio più significativo si verificò in seguito al fallito attentato al governatore Graziani del 19 febbraio del 1937, in cui morirono sette persone e ne furono ferite oltre cinquanta:[74] la repressione dei tre giorni seguenti, nota come strage di Addis Abeba, provocò la morte di migliaia di abitanti della capitale e, a Debre Libanos, di centinaia di monaci del monastero.[75] Di conseguenza si accesero qua e là nel paese altri focolai di rivolta contenuti a fatica; solo con la sostituzione di Graziani con il principe Amedeo duca d'Aosta affiancato dal nuovo vicegovernatore Guglielmo Nasi, venne impostato un approccio più morbido e realistico nei confronti dei patrioti ribelli, che consentì agli italiani di stringere una serie di accordi con alcuni notabili locali, senza tuttavia riuscire a stroncare la resistenza che proseguì in varie zone della nazione;[76] una discreta tregua fu raggiunta solo intorno alla metà del 1939, quando le principali vie di comunicazione e la maggioranza delle località dell'Etiopia passarono sotto il completo controllo italiano.[77]

     Soldati etiopi ad Addis Abeba mentre ascoltano il proclama che annuncia il ritorno nella capitale dell'imperatore Hailé Selassié.

    Nel frattempo il governo italiano pianificò una serie di lavori pubblici in tutto il Paese, tra cui il piano regolatore di Addis Abeba del 1938, ma molte opere non furono completate o neppure avviate a causa dell'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale[78] il 10 giugno del 1940; 13 giorni dopo Hailé Selassié partì per Khartum, per dimostrare il suo sostegno ai patrioti etiopi. Sempre negli anni precedenti la guerra, furono varati piani per la colonizzazione agricola del territorio: un esempio è la creazione, nel 1937, dell'Ente di colonizzazione "Romagna di Etiopia", il cui primo presidente fu l'ingegnere forlivese Arnaldo Fuzzi: si trattava di costituire piccole proprietà agrarie nella zona dell'Asmara, affidandole a coltivatori di origine romagnola. L'Ente fu definitivamente chiuso nel 1959.[79]

    Nel corso della campagna dell'Africa Orientale Italiana, le forze britanniche insieme ai combattenti etiopi arbegnuoc riuscirono a riconquistare il Paese e Hailé Selassié rientrò ad Addis Abeba il 5 maggio del 1941.[80] La nazione fu quindi liberata dalle forze militari britanniche e Hailé Selassié tornò alla guida dell'Impero, seppur inizialmente limitato nei poteri in base al trattato anglo-etiope del 1942,[81] mentre l'esercito italiano proseguì fino a novembre 1941 in una sorta di guerriglia; il riconoscimento della piena sovranità dell'Etiopia avvenne infine con la firma del trattato anglo-etiope del dicembre 1944,[82] anche se l'Ogaden e altre aree rimasero ancora per anni sotto il controllo britannico.[81] Il 26 agosto 1942 Hailé Selassié emise un proclama per l'abolizione della schiavitù[83] seguendo le disposizioni amministrative italiane, tra cui quella di De Bono nel Tigré del 1935.

    L'Eritrea divenne una regione autonoma federata dell'Etiopia in base alla risoluzione 390 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 2 dicembre 1950, ma nel 1962 fu annessa per decisione unilaterale di Hailé Selassié; ciò scatenò l'avvio della trentennale guerra per l'indipendenza condotta dal Fronte di Liberazione Eritreo e, dal 1973, dal Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo.[84]

    L'Imperatore proseguì negli anni l'opera di modernizzazione del Paese e soprattutto della capitale Addis Abeba; incaricò vari architetti occidentali della progettazione di nuovi edifici governativi e, in continuità col piano regolatore italiano, dell'estensione della rete viaria cittadina.[85] Nel 1963 Hailé Selassié svolse un ruolo di primo piano nella fondazione dell'Organizzazione dell'unità africana, con sede ad Addis Abeba.[86] Ciò nonostante, il potere rimase sempre fortemente accentrato nelle sue mani e il Paese non riuscì a uscire dall'organizzazione di stampo feudale; per questo un primo tentativo di colpo di Stato si verificò nel 1960, ma dopo tre giorni la ribellione ebbe termine.[87]

    Nel 1973 la crisi energetica mondiale e la forte carestia che colpì l'Etiopia causando circa 100 000 morti, unite al malcontento della classe media e all'incertezza sulla successione al trono, esasperarono la popolazione, che nel mese di febbraio dell'anno seguente iniziò i primi scioperi[87] e manifestò contro il governo.[88] Il Primo ministro Aklilu Habte-Wold fu allontanato e sostituito con Endelkachew Makonnen,[89] mentre furono arrestati vari funzionari corrotti e fu promessa una nuova Costituzione.[87]

    Dittatura del Derg (1974-1991)
      Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra civile in Etiopia, Derg, Repubblica Democratica Popolare d'Etiopia e Terrore rosso (Etiopia).
     Mappa delle province dell'Etiopia tra il 1943 e il 1987. Partito Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRP) che si scontrò con il Derg durante il Terrore Rosso.

    Nonostante i tentativi di sedare le rivolte da parte dell'Imperatore, il 12 settembre 1974 scoppiò la guerra civile, condotta dal Derg, giunta militare di stampo marxista-leninista, che depose Hailé Selassié[90] e incoronò al suo posto il figlio Amhà Selassié. Tuttavia, il 12 marzo del 1975 il Consiglio d'amministrazione militare provvisorio proclamò la fine del regime imperiale,[91] trasformando l'Etiopia in uno Stato comunista. Hailé Selassié, imprigionato nel palazzo di Menelik II, morì il 27 agosto di quell'anno, probabilmente soffocato con un cuscino.[87][92] Il colpo di Stato provocò insurrezioni e moti popolari in 8 delle 14 province dell'Etiopia, mentre un'incipiente siccità causò enormi problemi ai rifugiati.[93]

    Nella lotta interna tra le diverse fazioni del Derg, prevalse nel 1977 quella più radicale guidata dal maggiore Menghistu Hailé Mariàm, che, sostenuto dall'Unione Sovietica, divenne il leader incontrastato eliminando tutti gli oppositori e instaurando il cosiddetto Terrore Rosso,[93] durante il quale persero la vita almeno 500 000 persone, in parte anche a causa delle deportazioni forzate o dell'uso della fame come arma.[94][95][96]

    Nel frattempo nel 1977 la Somalia invase la regione dell'Ogaden, abitata da somali ma appartenente all'Etiopia, che contrattaccò con l'aiuto militare di una coalizione comprendente URSS, Cuba, Yemen del Sud, Repubblica Democratica Tedesca e Corea del Nord, tra cui l'invio di 15 000 truppe da combattimento cubane;[97] gli scontri proseguirono fino alla firma del trattato di pace nel 1988.[98]

    Tra il 1983 e il 1985 l'Etiopia fu colpita da una gravissima carestia che causò la morte di almeno 400 000 persone.[99][100] Nel Paese, soprattutto nel Tigré e in Eritrea, si diffusero le insurrezioni contro la dittatura comunista;[101] nel 1989 venne formata una coalizione conosciuta come Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF), nata dalla fusione del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF) con altri movimenti di opposizione.

     Bandiera della Repubblica Democratica Popolare d'Etiopia.

    Intanto, nel 1987 la dittatura del Derg confluì nella Repubblica Democratica Popolare d'Etiopia, di cui divenne presidente Menghistu Hailé Mariàm.[96] Il Paese subì una forte riduzione degli aiuti da parte dell'URSS durante il segretariato di Mikhail Gorbachev, propugnatore della politica della perestrojka, che aumentò le difficoltà economiche del regime del Negus Rosso e la rottura del fronte di guerra da parte della guerriglia anticomunista presente nel nord del paese. Con la definitiva fine del comunismo in Europa orientale in seguito alle rivoluzioni del 1989, nel 1990 si interruppero completamente gli aiuti sovietici all'Etiopia. La strategia militare e politica di Menghistu subì un colpo fatale. Nel maggio 1991, infatti, le forze dell'EPRDF avanzarono su Addis Abeba, ma l'Unione Sovietica non intervenne per salvare il regime alleato. Menghistu Hailé Mariàm fuggì con la famiglia dal Paese rifugiandosi in Zimbabwe;[96] tre anni dopo l'alta corte federale dell'Etiopia avviò il processo a carico suo e di altri dirigenti del Derg, che si concluse dodici anni dopo[102] con le condanne in contumacia per genocidio e crimini di guerra: Menghistu e numerosi ex funzionari ricevettero la condanna a morte,[103][96] altri l'ergastolo e altri ancora trascorsero almeno 20 anni in carcere, prima di essere graziati.

    Repubblica federale democratica (1991-presente)
      Lo stesso argomento in dettaglio: Governo di transizione dell'Etiopia.
     Meles Zenawi, primo ministro dal 1995 al 2012.

    In seguito alla cacciata di Menghistu Hailé Mariàm, fu istituito un governo di transizione composto da un Consiglio di 87 membri e guidato da una carta nazionale quale costituzione provvisoria e di transizione.[104] Si concluse inoltre la guerra con l'Eritrea, che nel 1993 si era costituita, dopo un referendum, come Stato indipendente con l'approvazione del Fronte di Liberazione del Tigré guidato da Meles Zenawi.[84]

    Nel 1994 fu promulgata la nuova costituzione, con la formazione di un parlamento bicamerale e di un nuovo sistema giudiziario. La prima elezione formalmente pluripartitica si svolse nel maggio 1995 e comportò l'elezione di Meles Zenawi come primo ministro e Negasso Gidada come presidente.[105]

    Nel maggio del 1998 una disputa di confine con l'Eritrea causò lo scoppio di una nuova guerra tra i due Paesi, che si protrasse fino alla stipula dell'accordo di Algeri nel 2000; l'elevato costo del conflitto, stimato per entrambe le parti intorno al milione di dollari al giorno,[106] provocò effetti devastanti sull'economia dell'Etiopia.[107]

    Nel 2004 il governo diede avvio al piano di ricollocamento di circa due milioni di persone dagli altopiani aridi dell'est verso le regioni dell'ovest, allo scopo di diminuire la scarsità di cibo.[108]

    Il 15 maggio 2005 si svolsero le prime vere elezioni multipartitiche, ma furono segnalate gravi irregolarità dall'organismo di controllo indipendente Carter Center e dagli altri osservatori internazionali e i partiti di opposizione denunciarono brogli.[109] I risultati furono resi noti solo il mese seguente, ma fin da subito il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope del premier Meles Zenawi si autoproclamò vincitore; i principali partiti di opposizione, costituiti dalla Coalizione per l'unità e la democrazia (Cud) e dalle Forze unite democratiche etiopiche (Uedf), non ebbero più accesso alla radio e alla televisione;[110] manifestazioni di protesta e scioperi si diffusero nelle settimane seguenti nella capitale, represse violentemente dalle forze di sicurezza, che provocarono almeno 42 morti, centinaia di feriti e numerosi arresti anche tra deputati dell'opposizione e giornalisti,[109] tra i quali il leader del Cud Hailu Shawel,[111] definiti prigionieri di coscienza da Amnesty International.[112]

     Hailé Mariàm Desalegn, primo ministro dal 2012 al 2018.

    Nelle successive elezioni legislative del 2010, il partito di Meles Zenawi vinse ancora accaparrandosi oltre il 90 % dei voti; profonde irregolarità, brogli e intimidazioni furono però denunciati dalle forze di opposizione e dagli osservatori internazionali.[113][114]

    Il forte legame con gli Stati Uniti, fornitore di armi e alimenti, ha portato, nel 2007, l'esercito etiope a intervenire in Somalia contro le Corti islamiche, a sostegno del governo federale di transizione somalo rifugiato a Baidoa. Nonostante i successi iniziali e l'appoggio aereo statunitense, le Corti islamiche hanno ripreso l'offensiva e gli scontri continuano tuttora.

    Nel corso del 2011, l'Etiopia e i Paesi limitrofi subirono le conseguenze della peggiore siccità avvenuta in Africa orientale da circa sessant'anni; per attenuare gli effetti della grave carestia, fu istituito un piano, comprendente strategie di lungo periodo, da parte del governo nazionale in collaborazione con la FAO e altre organizzazioni internazionali.[115]

    Il primo ministro Meles Zenawi morì improvvisamente il 20 agosto 2012 a Bruxelles[116] e il suo vice Hailé Mariàm Desalegn ne assunse il ruolo per i tre anni successivi.[117]

    Le elezioni parlamentari del 2015 confermarono ancora il partito del premier Hailé Mariàm Desalegn, che ottenne il 100% dei seggi; intimidazioni furono denunciate dagli osservatori internazionali, mentre molti dei rappresentanti dei partiti di opposizione furono arrestati, quando ancora vari prigionieri di coscienza si trovavano in carcere dalle elezioni di dieci anni prima; le manifestazioni di protesta furono duramente represse dalle forze di sicurezza, che provocarono almeno 140 morti, parecchie centinaia di feriti e numerosissimi arresti anche tra i giornalisti.[112] Ribellioni contro il governo, espressione della minoranza tigrina, si diffusero l'anno seguente inizialmente nell'Oromia, per allargarsi all'adiacente Amara, da parte dei due principali gruppi etnici del Paese, oromo e amara; secondo l'Human Rights Watch nelle proteste morirono almeno 500 persone, mentre ne furono arrestate circa 1600; le cifre furono contestate dal governo, che il 9 ottobre dichiarò lo stato di emergenza per almeno 6 mesi.[118]

    Tra il 2016 e il 2017, probabilmente come conseguenza del Niño,[119] una nuova carestia colpì pesantemente l'Etiopia e i Paesi adiacenti, peggiorata dalla guerra in Somalia e dai mancati aiuti governativi.[120]

    Il 15 febbraio 2018 il primo ministro Hailé Mariàm Desalegn ha rassegnato inaspettatamente le dimissioni e il giorno seguente il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale;[121] un mese dopo Abiy Ahmed Ali, presidente dell'Organizzazione Democratica del Popolo Oromo (ODPO), uno dei quattro partiti della coalizione di governo, è stato votato leader dell'EPRDF, assumendo il ruolo di primo ministro designato;[122] il 2 aprile viene eletto primo ministro d'Etiopia dal parlamento, diventando il primo premier oromo del Paese.[123]

    Il 25 ottobre 2018 è stata nominata presidente della Repubblica la diplomatica Sahle-Uork Zeudé, primo presidente donna nella storia etiope.[124]

    Il nuovo capo del governo fece una storica visita in Eritrea nel 2018, terminando così il conflitto tra i due Paesi.[125] Per i suoi sforzi nel porre fine alla guerra ventennale tra Etiopia ed Eritrea, ad Abiy Ahmed Ali è stato conferito il premio Nobel per la pace nel 2019. Dopo esser stato nominato capo del governo nell'aprile 2018, Abiy ha fatto liberare migliaia di prigionieri politici, ha promesso libere elezioni per il 2019 - che sono state successivamente sospese a causa della pandemia da COVID-19 - e ha annunciato ampie riforme economiche. Il partito al governo nella regione dei Tigrè, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF), si è opposto al rinvio delle elezioni e ha proceduto a organizzare ugualmente una consultazione elettorale il 9 settembre 2020, cui si stima abbiano partecipato quasi tre milioni di elettori. In seguito a ciò, le relazioni tra il governo federale e quello del Tigrè si sono guastate e il 4 novembre 2020 Abiy ha ordinato un'offensiva militare in risposta agli attacchi tigrini nei confronti di reparti dell'esercito di stanza in quell'area, causando migliaia di profughi in fuga verso il vicino Sudan.[126]

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