Gli storici concordano sull'ipotesi che nell'attuale territorio di Sant'Agata de' Goti anticamente sorgeva la città sannita di Saticula. Necropoli sannite ricche di importanti ritrovamenti sono infatti venute alla luce nella zona a nordest del territorio santagatese, nell'area compresa tra il fiume Isclero ed il comune di Frasso Telesino.[1] Il villaggio di Saticula venne citato da Virgilio nel testo dell'Eneide[2].
Già nel 343 a.C. il console Aulo Cornelio Cosso aveva stabilito sulla rocca tufacea[senza fonte] un castrum, ossia un accampamento invernale per i soldati veterani. Nel 315 a.C., durante le vicende inerenti alla seconda guerra sannitica, Saticula venne occupata dal dittatore Lucio Emilio, ma il villaggio resistette in assedio per due anni e fu preso solo grazie all'intervento di Quinto Fabio Massimo Rulliano[3]. Quindi divenne colonia romana, restando fedele a Roma durante la seconda guerra punica.[4]
Furono i Romani i primi ad accamparsi sulla rocca fondando un castrum, nel quale in un primo momento vennero ad abitare i soldati veterani stanziati a Capua e successivamente, nel 42 a.C., nacque una vera e propria colonia dell'Impero per opera di Ottaviano Augusto (Viparelli, pagg. 13-20). In generale i Romani non costruivano muri di cinta laddove le condizioni geologiche consentivano una difesa naturale; anche in questo caso usarono la difesa dei fiumi per cui fu sufficiente tracciare sulla rocca, come era d'uso, il "cardo" e il "decumano" a incrocio e aprire le porte alle estremità dei due percorsi. Presso il "Pretorium", spazio a ridosso della porta sud, i Romani costruirono l'alloggio del generale simile a un tempio e negli spazi di risulta le baracche per i soldati; si trattò probabilmente di un accampamento invernale, quindi costruito in pietra. Con la riforma dell'esercito romano avvenuta nel IV secolo ad opera di Diocleziano e l'arrivo dei Romani d'Oriente, il "Castrum" si trasformò in "Kastron": i costoni tufacei che fungevano da basamento al villaggio furono resi più inaccessibili costruendo al di sopra di essi una cinta muraria perimetrale composta da case accostate l'una all'altra in aderenza, aventi pochissime aperture estremamente piccole e mantenendo le tre porte. Ciò avvenne probabilmente nel periodo in cui la popolazione che abitava nella valle a nord est, nell'area intorno all'antica città sannita di Saticola ebbe bisogno di maggior protezione e il vecchio "Kastron" - che dà ancora oggi il nome a quest'area chiamata popolarmente "Castrone" - non offriva più adeguata protezione. Il nuovo "Kastron" mantenne la stessa struttura anche in epoca longobarda poiché i barbari non avevano cognizioni di ingegneria difensiva.[senza fonte]
Alto medioevoIl "Castrum" accresciuto dalla popolazione saticulana, rimasta senza casa a partire dal 42 a.C., divenne una nuova città e restò sotto il controllo dei Romani d'Oriente fino all'invasione longobarda del Sannio: il re Agilulfo, salito al potere nel 590, fu autore della divisione delle regioni longobarde in ducati, divisi a loro volta in contee e gastaldie; l'elemento minimo di questa suddivisione, la gastaldia, fu sottoposto all'amministrazione del duca-gastaldo, sorta di governatore perpetuo. Intorno a lui uno stuolo di “fedeli” detti gasindi.[senza fonte] Furono così create nel Sannio il Ducato di Spoleto e quello di Benevento, cellule madri della più piccola Contea di Capua, a sua volta contenente la Gastaldia di Sant'Agata (Di Resta-Abbate)[Dove dicono che Sant'Agata è sottoposta a Capua? non si riesce a trovare]. A seguito dell'intensa politica di conversione dei Barbari al cristianesimo operata da Papa Gelasio e da Papa Gregorio Magno, si ebbe un numero impressionante di fondazioni di strutture religiose su tutto il territorio longobardo, soprattutto in prossimità dei castelli, dove l'edificio ecclesiale veniva utilizzato come cappella ad uso esclusivo del fondatore, il castellano, per un esercizio del culto limitato alla sua famiglia (Ircani Menichini)[ok, ma quali fonti assicurano che la chiesa di Sant'Agata de Marenis ricade in questa casistica? Cioè, che sorse come cappella del castellano?]. L'oratorio o la basilica venivano dedicati ad un santo che appartenesse al mondo cristiano legato a Costantinopoli o all'Oriente: cominciò così nella città la pratica del culto di Sant'Agata, martire catanese le cui reliquie provenivano da Costantinopoli, per contrastare l'arianesimo (Cammilleri) attraverso la fondazione della prima chiesa dedicata alla Santa catanese, Sant'Agata de Amarenis, voluta da una famiglia longobarda, appunto,[No, veramente Viparelli dà retta alla tradizione che la abbiano fondata i Goti] e oggi non più esistente[5].
Grande regista della conversione longobarda e della crescita di potere sulla scena politica della Chiesa Romana, Papa Gregorio Magno lo ammiriamo negli affreschi chiesa dell'Annunziata a Sant'Agata. Pur dominato dall'idea della fine del mondo, votato al distacco dalla vita materiale su esempio di Benedetto da Norcia, volle convertire l'umanità, riformare la Chiesa e renderla più attiva. Ebbe in ciò l'aiuto della regina longobarda Teodolinda, moglie di Autari e poi di Agilulfo, disposta a convertirsi al cristianesimo e a convertire gli uomini della sua famiglia. Si maturò così la "Conversione Suprema" dei barbari invasori nel 653, sotto il re Ariperto (Vitolo)[pagina? ed è rilevante per questo testo?].
Nel 774, con la sconfitta di Adelchi, Principe di Benevento[Ad essere sconfitto fu il principe Adelchi figlio di Desiderio, e non è il principe di Benevento: quest'ultimo è un omonimo che visse un secolo dopo] a Verona da parte di Carlo Magno re dei Franchi, la dominazione longobarda si concluse nelle terre del Sannio ma gli ultimi gastaldi indipendenti che avevano coltivato prudentemente buoni rapporti con i Bizantini, alleandosi con questi, riuscirono a mantenere il potere agendo in maniera autonoma: tra questi furono i gastaldi di Sant'Agata.(Rainone, pagg. XXXV - XXXVI)[Posto in questa forma è banalmente falso. Viene negata tutta la storia della persistenza del potere longobardo nel sud Italia].
Infatti, nonostante la conversione al cristianesimo e la devozione verso Sant'Agata, al punto da mutare il nome della città,[Perché "nonostante"? Non si era detto che questa fu proprio una scelta filo-bizantina, poche frasi fa?] la stessa risulta alleata ai Bizantini nell'866 quando fu assediata da Ludovico II, erede di Carlo Magno, ansioso di annettere le terre “ribelli”.[senza fonte] Nell'871, unita ad altre città del Sannio della Campania e della Lucania[senza fonte], Sant'Agata oramai città di gastaldi ribelli, si rivoltò nuovamente contro l'imperatore Ludovico II, preferendo schierarsi ancora dalla parte dei Bizantini.[6] Nell'871 il gastaldo era un tale Isembert, che vantava parentele con Bassaggio, abate dell'abbazia di Montecassino[senza fonte], mentre nell'877 gli succedette Marino: entrambi sono citati da Francesco Viparelli a proposito di un legame con il patriarca di Costantinopoli. (Viparelli p.16[COSA!? No, non è quel che c'è scritto lì]. Ottone I di Germania, nominato Imperatore, per mettere ordine nelle terre sconvolte dalle lotte religiose diede autorità a numerosi vescovi della Chiesa Romana conferendo loro il titolo di Conti: per superare i disagi degli spostamenti sui suoi territori, l'Imperatore suddivise gli stessi in comitatus, governati appunto da comes, conti; mentre nelle terre di confine diede vita a contee molto vaste, cui venne posto il nome di marche la cui amministrazione fu affidata a un marchese[7][Non si capisce se questo riguarda Sant'Agata: vedi seguito]. Anche Sant'Agata, sconvolta più che mai dagli effetti dei contrasti religiosi, fu affidata alla giurisdizione di un vescovo-conte, consacrato dall'Autorità religiosa ma nominato dall'Imperatore per quanto riguardava l'amministrazione della contea.[senza fonte] Nel 970, «Landolfo primo vescovo beneventano consacrò nostro vescovo il prete Madelfrido con tracciarli i limiti della sua Diocesi, come nella Bolla di tale consacrazione»[8]. Nacque così la Diocesi di Sant'Agata de' Goti.
Nel periodo in cui i Longobardi dominarono la città il tessuto urbano cittadino di origine romana cominciò ad alterarsi fino a scomparire del tutto, grazie anche alla pratica dei barbari di "riciclare" materialmente pezzi di strutture appartenuti a templi pagani o a basiliche giudicate inutili. Si vedono esempi di questa pratica in molte pareti perimetrali di edifici costruiti in quest'epoca come nei capitelli della cripta della prima Cattedrale, originariamente realizzata da Adalardo[9] In questo periodo si posero le basi di una lenta trasformazione dei costumi nella popolazione, delle abitudini alimentari e delle consuetudini contadine, alcune delle quali sopravvivono ancora oggi. Nel territorio circostante furono create le masserie, luoghi fortificati dove si sviluppò la produzione di vettovaglie a servizio della comunità, svolta dai massari riuniti in nuclei familiari che davano il proprio nome alla fattoria, esattamente come avviene ancora oggi in alcuni casi. Il gastaldo di Sant'Agata abitava invece protetto sull'altura di tufo, nei pressi dell'antico Pretorium romano del tutto smantellato, in una costruzione prossima a una falda d'acqua sotterranea, a cui attingeva un pozzo. La sua casa non era più di una rudimentale torre quadrata di legno e pietra, di circa dodici metri di lato, a due o quattro piani, ai quali saliva attraverso una scala rustica a pioli.(Pognon)[Fonte non chiara (non è in bibliografia). In ogni caso, se le cose sono come sospetto, è sbagliato derivare certezze su Sant'Agata nello specifico adducendo come fonte testi che parlano soltanto in linea di massima.] Il tessuto urbano era caotico, fatto di abitazioni rudi poiché i popoli barbari non conoscevano le tecniche edilizie e architettoniche come afferma Tacito nel suo studio antropologico sui Germani; in qualche caso venivano utilizzate anche le grotte naturali come rifugio contro i nemici.[Ma, di nuovo, queste sono considerazioni generali e non riguardano necessariamente Sant'Agata][10]
Periodo normannoNell'XI secolo Sant'Agata si ritrova come feudo acquisito come "beneficio" imperiale dalla famiglia Drengot[11] Più precisamente, nel 1097 ne divenne conte Roberto, nipote di Asclettino, uno dei capostipiti della famiglia. Nel 1102 diventò conte di Caiazzo. Con i titoli di Conte di Alife, Caiazzo, Telese e Sant'Agata prese in moglie Gaitelgrima e fu poi padre di Rainulfo III e Riccardo. Roberto ordinò la ristrutturazione, o forse il parziale rifacimento, della chiesa di San Menna, attualmente una delle più notevoli del centro[12]. La chiesa assunse nello schema strutturale l'impronta del romanico, subendo invece nelle decorazioni influssi bizantini attraverso le tecniche di posa dei mosaici ricavati da materiale di spoglio recuperato.
Il primogenito ed erede, Rainulfo, da adulto ebbe aspetto talmente imponente da prendere il soprannome di "Rainone". Seguendo il principio della primogenitura, nel 1108 Rainone ricevette dal padre, tra i benefici, le terre di Sant'Agata, Alife, Caiazzo, Avellino, Airola. Egli entrò a far parte di quella schiera di indipendenti, i Potentes, ritenuti tali non per il titolo, ma per il fatto di possedere una fortezza; una di queste fortezze fu la rocca di Sant'Agata, opportunamente trasformata[13].
Nel 1130, l'investitura di Ruggero II d'Altavilla con il titolo di re di Sicilia scontentò la piccola nobiltà normanna, soprattutto quella che aveva raggiunto i vertici del potere e minacciava di diventare indipendente: di questa faceva parte lo stesso Rainulfo conte di Sant'Agata. Ruggero giudicò arrivato il momento di appropriarsi materialmente della fortezza santagatese, lasciata fino a quel momento libera e indipendente; il feudo, cresciuto spaventosamente in estensione nel corso degli anni, grazie alle acquisizioni dei territori portati in dote dalle mogli, rappresentava evidentemente una tentazione fortissima: le terre di Rainone infatti, oltre ad Alife, Caiazzo, Sant'Agata de' Goti e Telese, compresero in alcuni periodi anche Avellino, Mercogliano, Ariano e Troia[14].
Il re Ruggero ingaggiò una prima battaglia contro i Baroni del Regno sul fiume Sarno nel 1132. Secondo lo storico santagatese Fileno Rainone[servono i numeri di pagina], in tale occasione ebbe parte attiva il conte Rainone, divenuto nel frattempo cognato di Ruggero. Il re aveva rapito sua sorella, moglie di Rainone, e il nipote di quest'ultimo Roberto, legittimo erede. La risposta a questo sopruso infatti non si era fatta attendere e Rainone era riuscito ad avere la meglio sul cognato, con il supporto di Roberto II di Capua e Sergio VII di Napoli. Così re Ruggero retrocedette, forse per indurre Rainone ad arrendersi.
Ruggero tornò alla carica nel 1133 riconquistando a una a una le terre perdute: mettendo in atto la tattica della provocazione, dopo la vittoria Ruggiero compì atti crudeli e saccheggi in tutte le terre della contea, allo scopo di eliminare il Principe di Capua e i suoi sostenitori tra i quali il Conte di Sant'Agata. Secondo Fileno Rainone[le pagine!], il feudatario lasciò la sua fortezza con tutto il suo esercito per scontrarsi lealmente col nemico, prendendo purtroppo un percorso sbagliato: Ruggero, scegliendo altre strade, giunse a Sant'Agata entrando vittorioso nella città senza difesa. Tuttavia Rainone non si era ancora arreso: tornato alla carica dopo qualche tempo, conobbe dapprima una vittoria, poi una sconfitta. Infine, nel 1137, aiutato dal papa Innocenzo II e dall'imperatore Lotario II di Germania, riuscì a riconquistare le terre di Sant'Agata e ad assumere il titolo di duca di Puglia.
L'ultima, decisiva battaglia tra Rainone di Sant'Agata Drengot e Ruggero di Sicilia si svolse il 29 ottobre 1137, secondo John Julius Norwich[pagine!] a Rignano Garganico. Rainone intervenne con un esercito di 800 soldati tedeschi inviati da Lotario, uniti alle milizie marittime pugliesi, contro il suo antico alleato, Sergio, passato dalla parte di Ruggiero; e riportò una nuova grande vittoria su Ruggero[15].
La battaglia portò alla fuga del re Ruggiero, il quale si rifugiò col figlio a Salerno; nonostante ciò una dura rappresaglia dei suoi sostenitori vide le terre del feudo campano di Rainone saccheggiate e messe a ferro e fuoco, mentre i suoi possedimenti pugliesi (Troia, Melfi, Canosa e Bari) restarono immuni dalla vendetta[16][pagina!]. Con la morte di Rainone, avvenuta il 30 aprile 1139 per un attacco di febbre malarica, Ruggiero poté impadronirsi definitivamente del feudo di Sant'Agata de' Goti[17][pagina!]. Probabilmente il figlio di Rainone, Roberto Drengot, fu affidato a un protettore avendo perduto tutte le terre del feudo. Egli visse a Roma col titolo di Conte di Tuscolo, famiglia già imparentata con i Drengot dal 1046[18] e probabilmente prese i voti, dato che non vi sono più notizie di eredi legittimi[19].
Nel periodo normanno Sant'Agata iniziò a prendere una fisionomia simile a quella attuale. Il fortellicium fu realizzato a partire dall'XI secolo[20]: i Normanni sfruttarono le cave di tufo già presenti nel borgo, utilizzandole poi come "conserve" e cisterne, alcune delle quali visitabili ancora oggi, e con tale pietra costruirono i contrafforti addossati ai costoni naturali: questo sistema, unito a una cinta di case-cortina, rese le mura inespugnabili a ovest, mentre a est fu arricchito da una rete di torrette d'avvistamento. Secondo Fileno Rainone[pagina!] furono costruite e rinsaldate nella stessa epoca le porte d'accesso alla cittadella, divenute quattro: le prime due localizzate fuori dal circondario della città, la terza porta a Oriente (l'attuale porta San Marco), la quarta porta a Settentrione della città, chiamata Porta dei Ferrari, poi demolita nel XIX secolo. Secondo alcuni tale porta doveva il nome alla presenza di un'inferriata di protezione [21][non mi sembra di poterlo reperire!] ma anche probabilmente perché immetteva lungo la strada di uscita dal borgo, sulla quale davano le botteghe dei fabbri ferrai[22].
Il lato sul fiume Martorano restò sempre la parte più inespugnabile, alla quale si arrivava solo in barca, guadando il fiume. Una volta giunti sotto la cinta difensiva alta più di 150 metri, non c'era modo per i nemici di entrare se non cingendo d'assedio la città: i più scaltri sapevano che, mentre a est e a sud la presenza delle torrette di avvistamento (visibili ancora oggi) permetteva di scoprire in anticipo i nemici e prepararsi così alla difesa, da ovest si poteva invece arrivare sotto i costoni restando nascosti tra la vegetazione; in questo modo era possibile cingere d'assedio la città scavando cunicoli alla base delle alte pareti tufacee, in corrispondenza delle "conserve" (cisterne e cantine) sotterranee più grandi[23], in modo da svuotarle dell'acqua e del cibo, costringendo gli abitanti velocemente alla resa. Dato il notevole spessore delle mura alla base, si cercava di scavare da entrambe le parti, avvalendosi di un traditore all'interno della città che aiutasse il nemico a penetrarla. Ancora oggi nei costoni sul Martorano si notano gli ingressi ai cunicoli, sfocianti nei sotterranei e nelle cantine delle abitazioni private, usati a partire dal Cinquecento per uscire ed entrare segretamente dalla rocca, soprattutto dai religiosi stanziati in gran numero nel borgo, all'interno delle insulae monastiche costruite su questo versante[24]. Sul lato est della fortificazione sopravvive un discreto numero di torrette d'avvistamento e di presidio, talvolta abbandonate, oppure inglobate in residenze private e riadattate nell'uso. Le torri quadrangolari, come la Lamia di porta San Marco, fanno parte del fortellicium normanno.
Col passar del tempo le case-cortina della fortezza servirono da "scudo" alle due strade perimetrali (via Riello e via Martorano) sulle quali affaccia un secondo ordine di residenze parallelo di tipo nobiliare e tale conformazione è rimasta intatta ad oggi. Guardando il prospetto dell'abitato a est e a ovest, si distinguono splendidi episodi architettonici del Seicento e del Settecento misti all'edilizia medievale, mentre al di là della murazione fortificata si celano giardini pensili e orti, utilizzati nel Medioevo come fonte di approvvigionamento durante gli assedi, parzialmente trasformati in rigogliosi giardini tra il XVII e il XIX secolo, con l'aggiunta di terrazze e belvedere, nell'ambito delle ricostruzioni urbane del XVI e XVIII secolo.
La torre annessa al castello ubicata nella villa comunale di piazza Trieste, di forma cilindrica, fu aggiunta nel Cinquecento per rafforzare la difesa sul versante est, all'indomani delle lotte dinastiche degli Angio'- Durazzo (Catapane).[da spostare]
Dal periodo angioino alla fine del feudalesimoDopo una parentesi in cui il feudo passò con alterne vicende nelle mani di Federico II di Svevia, esso passò sotto la protezione diretta degli Angiò, re di Napoli. A seguito della non documentata alienazione da parte degli Angiò a Bertrand de Goth[25], il feudo fu gestito dalla regina Giovanna I.[Probabilmente falso. Se il feudo era in mano ai De Goth, perché lo gestiva Giovanna? Inoltre vi erano grosse incongruenze logiche e temporali nel resto del paragrafo, cancellato.]
Furono i d'Artus a ricevere in beneficio dalla regina il feudo di Sant'Agata de' Goti. Carlo d'Artus, figlio naturale di Carlo II d'Angiò, erede del titolo di conte di Sant'Agata nel 1343 e poi Conte di Monteodorisio, in Abruzzo, sposò la contessa Giovanna di Scotto e ne ebbe due figli: Luigi e Carlo II. Fu il primogenito ad ereditare il feudo santagatese, mentre il secondo ebbe il quello abruzzese. Tuttavia nel 1345 Carlo II si rese esecutore dell'assassinio di Andrea d'Ungheria, marito della regina Giovanna, nel castello di Aversa, molto probabilmente per favorire il suocero Niccolò Acciaiuoli; e finì decapitato. Luigi, sposato con Isabella di Celano, ricevette quindi anche il feudo del fratello. Suo successore fu il figlio primogenito Ludovico, morto il 5 settembre 1370 e sepolto nella chiesa di San Francesco a Sant'Agata; da questa data il titolo passò a suo fratello Giovanni d'Artus, unito in matrimonio con la nipote di papa Urbano VI. Costui non lasciò eredi se nel 1390 il terzo fratello, Carlo III, già Signore di Maddaloni, fu designato conte di Monteodorisio e di Sant'Agata de' Goti. Ancora nel 1401 Ladislao d'Artus era feudatario di Sant'Agata: ma, ribelle al re, fu imprigionato e decapitato senza lasciare eredi[26].
Nel 1432, estinti i d'Artus, la regina Giovanna II d'Angiò prese sotto la sua protezione Baldassarre De la Rath, nobile di origine catalana, Conte di Caserta, e gli donò il feudo di Sant'Agata[27]. Scomparsa Giovanna, subentrò alla guida del regno Alfonso d'Aragona, re tra il 1443 e il 1458; costui continuò a proteggere i De La Rath i quali si batterono strenuamente per conservare la proprietà sul feudo per qualche tempo. Una componente della famiglia, Caterina de la Rath, duchessa di Caserta, sposò in prime nozze Cesare, figlio di Ferdinando d'Aragona, a cui fu dato il titolo di marchese di Sant'Agata de' Goti; ma nel 1509 sposò in seconde nozze Andrea Matteo Acquaviva, già duca d'Atri[28], bramoso di potere, il quale cercò continuamente e con ogni mezzo di acquisire benefici e proprietà al fine di accrescere la sua potenza all'interno del Regno di Napoli. Pare infatti che con la riunione dei feudi abruzzesi del padre, quelli pugliesi della madre e quelli campani, lucani e calabresi della seconda moglie, il casato degli Acquaviva fosse riuscito ad affermarsi come una delle sette famiglie più potenti del Regno di Napoli. Matteo insegnò all'Accademia Pontaniana e tradusse le opere del Plutarco: fu un feudatario ricordato come un vero principe umanista.[29]
Con la continua mutazione dello scenario politico, i De la Rath persero il feudo che, alla morte di Andrea Matteo Acquaviva (1529), passò prima a Giovanni de Rye e alla famiglia Ram e poi, nel 1572, fu venduto a Giovanni Camillo Cossa, che prese il titolo di Duca di Sant'Agata. I Coscia tennero il feudo sino al 1674[30]. Suo figlio Giovan Paolo sposò Cornelia Pignatelli[31], nobile benefattrice, alla quale Sant'Agata deve la ristrutturazione dell'antica casa di accoglienza e cura fondata dai Cavalieri Ospitalieri nel 1229. Fu proprio nel 1529 che ciò avvenne[le date non tornano.], e fu affidata la cura ed assistenza degli infermi poveri ai Fatebenefratelli di Napoli: l'ospedale prese il nome di "San Giovanni di Dio"[32].
Giulio Antonio Acquaviva, figlio di Andrea Matteo, consolidando le politiche del padre, si impossessò ancora una volta del feudo di Sant'Agata divenendo nel 1579 Principe di Caserta e di Teano, su iniziativa del re Filippo II d'Asburgo.[Non risulta che si sia preso Sant'Agata.] La lotta tra le famiglie per il possesso della rocca di Sant'Agata continuò, se nel 1585 Francesco De la Rath, italianizzato in Della Ratta, marito di Donna Altobella Gesualdo, riuscì ancora una volta a riconquistare favori e titolo[Si direbbe un errore. Gli unici sposi con questo nome risalgono ad un secolo prima[33]], in ciò contrastato vivamente da Giovan Paolo Cossa, il quale riuscì ad avere la meglio nello stesso anno, ottenendo anche il feudo di Mirabella in Principato Ultra.
Il feudo di Sant'Agata, dopo ulteriori efferate lotte dinastiche, venne acquisito dalla nipote di Diomede Carafa II, della famiglia dei Carafa della Stadera, duchi di Maddaloni e Frosolone; terzo Conte di Maddaloni, sposato tre volte, Diomede fu uomo ricco di discendenze e morì nel 1523. Alla fine del Seicento (1693), la nipote (Giovanna) Emilia Carafa portò in dote a suo marito Domenico Marzio Pacecco Carafa, il feudo di Sant'Agata, contribuendo a renderlo Conte.[34][senza fonte]
Nel frattempo il Capitolo della cattedrale di Sant'Agata de' Goti, sempre più potente sul territorio, modificò la sua gerarchia aggiungendo ai canonici, dal 1546, nuove figure, le cosiddette "dignità": l'arcidiacono, il decano, i primicerii e il tesoriere. Dunque, dalla metà del Cinquecento, dieci parrocchie sulle diciassette esistenti a Sant'Agata furono rette dal Capitolo o da un gruppo di canonici o da una dignità, e «fatto è che il Capitolo si trovò ad essere una "potenza" per il numero dei membri, per la disponibilità economica, per l'accentramento della cura d'anime, per il monopolio su ogni altra celebrazione di culto»[35].
L'acquisizione di nuovi possedimenti contribuì non poco all'espansione del potere clericale nella città. I personaggi più importanti della famiglia Acquaviva, Andrea Matteo III, vissuto tra il 1456 e il 1529, e Claudio Acquaviva, vissuto tra il 1543 e il 1615, generale dei Gesuiti, feudatario al tempo del vescovo Felice Peretti, divenuto Papa Sisto V, molto probabilmente furono protagonisti e fautori di questa acquisizione.[senza fonte]
Nel 1696 la famiglia Carafa della Stadera di Maddaloni acquistò il feudo e il castello di Sant'Agata nell'ambito di una precisa strategia che durava da tre secoli, ideata dai regnanti della casa d'Aragona, protettori di questa dinastia per la fedeltà e la lealtà dimostrata nel tempo. Infatti ai Carafa, nati come famiglia nel Trecento da un ramo dei Caracciolo napoletani e suddivisi in varie discendenze in base alle loro attività e fortune, era assegnato da sempre il compito di proteggere e controllare i più importanti snodi viari della Campania[36]. Fu Marzio Carafa duca di Maddaloni (1645-1703) ad acquisire il castello di Sant'Agata, insieme ai suoi otto casali; egli morì appena quattro anni dopo, dunque non ebbe molto tempo per abitarlo: d'altronde i Carafa di Maddaloni possedevano molte dimore sparse in Terra di Lavoro, non tutte abitate e abitabili.[37] Queste dimore, una volta acquisite, venivano assegnate a vari membri della famiglia in eredità, in modo che ciascuno iniziasse un nuovo ramo per proprio conto, espandendo il potere del casato.[senza fonte]
Il castello di Sant'Agata fu assegnato alla figlia di Marzio, la duchessa Caterina Carafa della Stadera di Maddaloni sposata con Domenico Carafa principe di Colubrano: la neosposa decise senz'altro di abitare presso le sue terre, poiché alcune sale del castello riportano degli affreschi testimonianza di un rinnovamento che mai sarebbe avvenuto in una dimora disabitata. La duchessa morì nel 1756, e i suoi eredi principi di Colubrano furono padroni, nelle terre del feudo, anche dell'area chiamata "Ferriera vecchia" lungo il fiume, fino all'abolizione del feudalesimo[e che c'è di strano? i precedenti non ce l'avevano?][38].
Alla fine del Settecento gli Eletti di Sant'Agata de' Goti avviarono una serie di ristrutturazioni urbane allo scopo di migliorare la vivibilità della città, divenuta residenza di alcune famiglie patrizie provenienti dal Regno di Napoli, a seguito dell'attenzione dimostrata dai Borbone verso Sant'Agata: Carlo di Borbone nella prima metà del Settecento aveva incluso questo territorio nei suoi piani di sviluppo delle industrie siderurgiche promuovendo la costruzione di una Ferriera lungo il fiume Isclero, forse derivata da una Ferriera già esistente appartenuta ai feudatari Carafa[38]. Nel Catasto onciario del 1752 la "Ferriera Nova" è già menzionata e appartiene a un nucleo di otto Ferriere sparse nel Regno: in essa si lavorava materiale proveniente dall'isola d'Elba utilizzando legname delle foreste di Cervinara mentre si producevano armi di difesa[39][pagina?].
L'attenzione del re fu orientata anche verso gli scavi archeologici e i ritrovamenti sul territorio santagatese, che vennero studiati, catalogati e conservati in gran parte da Fileno Rainone, e oggi sono custoditi nel museo privato della famiglia Mustilli, imparentata con i Rainone.[senza fonte] A partire dalla seconda metà del Settecento furono risistemate le aree a nord di Sant'Agata con la formazione della villa Comunale di piazza della Torricella (1790-91) e la regimentazione di alcune sorgenti antichissime nell'area di Reullo, già interessata dalla costruzione delle condotte d'acqua alla Ferriera e del ponte Viggiano. Sulle proprietà di alcuni Eletti e Dignità del Capitolo Cattedrale a Reullo, in contrada Bocca e nel territorio circostante fuori le mura furono costruiti lavatoi pubblici a servizio della popolazione, oggi ancora esistenti e in parte utilizzati dagli abitanti[40][pagina?].
Seguì la tendenza urbanistica dell'epoca la formazione dell'asse viario con orientamento nord-sud, in un'operazione di parziale "sventramento" del tessuto urbano medievale, giudicato oramai inutile e in qualche caso malsano (come l'insula monastica presente in corrispondenza della piazza del Carmine abbandonata da tempo, o quella in corrispondenza di via Ciardulli all'incrocio con via Fontana e via Diaz, dove fu eliminata anche la porta dei Ferrari)[senza fonte]. Al suo posto fu avviata la costruzione, prospiciente alla strada, di alcune residenze di famiglie patrizie, alcune delle quali attualmente sono tuttora residenti sul posto. Le trasformazioni si protrassero fino a tutto l'Ottocento, come attestano le date di fondazione degli edifici in questione; davanti ad ogni chiesa dotata di sagrato in molti casi lo spazio fu ampliato come piazza o come "Largo": nacquero così la piazza Ludovico Viscardi (davanti alla chiesa di Sant'Angelo de Munculanis), la piazza del Carmine (davanti alla chiesa della Madonna del Carmine), la piazza Trento (davanti alla chiesa di Santa Maria di Costantinopoli), nonché il Largo antistante la chiesa di San Francesco, il Largo Santa Maria delle Grazie davanti all'omonima chiesa, mentre nel Largo Ostieri e nel Largo del Toro le chiese fondate in tempi molto antichi, forse inutilizzate e decadenti, scomparvero[41]. Il Largo della Torricella ospitava fino alla fine del Seicento una chiesa non ben identificata[42] ma la sua denominazione è da associarsi all'esistenza di una cisterna, collegata a un mulino, chiamata popolarmente in Campania all'epoca "torricella", appunto[43], localizzata ancora oggi in una cavità sotterranea alla piazza, al di sotto del palazzo Mosera, ex mulino. Anche il Largo Lapati (o Largo Italia) si apre davanti a quella che era stata nel Cinquecento una casa di Canonici secolari ubicata senz'altro nei pressi di una chiesa scomparsa[41], mentre il Largo Scuola Pia si attesta al lato del convento delle Suore Redentoriste, la cui ultima ristrutturazione si ebbe ai tempi di Alfonso Maria de Liguori [44][pagina?].
La Diocesi di Sant'Agata de' Goti, esistente dal 970, ha avuto importanti vescovi tra i quali Sant'Alfonso Maria de' Liguori, alla guida della diocesi per tredici anni, e Felice Peretti, vescovo dal 1566 al 1571, divenuto Papa con il nome di Sisto V.
Dal 2004 è stata insignita del marchio "bandiera arancione" dal Touring Club Italiano.
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