Palazzo Reale (Torino)

Il Palazzo Reale di Torino è la prima e più importante tra le residenze sabaude in Piemonte, teatro della politica degli Stati sabaudi per almeno tre secoli.

È collocato nel cuore della città, nella Piazzetta Reale adiacente alla centralissima Piazza Castello, da cui si dipartono le principali arterie del centro storico: via Po, via Roma, via Garibaldi e via Pietro Micca.

Rappresenta il cuore della corte sabauda, simbolo del potere della dinastia e, congiuntamente alle altre dimore reali della cintura torinese, come la reggia di Venaria Reale, la Palazzina di caccia di Stupinigi o il castello del Valentino, è parte integrante dei beni dichiarati dall'UNESCO quali Patrimonio dell'umanità.

Nel 2016 confluisce nei Musei Reali insieme alla Galleria Sabauda, Armeria Reale, Biblioteca Reale, Palazzo Chiablese e Museo di antichità. Nel 2018 l'intero complesso, incluse le mostre ospitate nelle Sale Chiablese, è stato visitato da 515.632 visitatori.

 Testa di Medusa, particolare della cancellata di Palazzo Reale.

Il palazzo, destinato a residenza ducale, venne progettato tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento da Ascanio Vittozzi. Alla morte di quest'ultimo, i lavori vennero affidati, durante la reggenza di Cristina di Francia, a Amedeo di Castellamonte. La facciata presenta una parte centrale affiancata da due ali più alte, secondo il progetto seicentesco di Carlo Morello. Le sale del piano nobile sono decorate dalle immagini allegoriche che celebrano la dinastia reale, realizzate dalle mani di diversi artisti. Alla fine del Seicento Daniel Seiter viene chiamato per affrescare il soffitto della Galleria, che verrà chiamata anche Galleria del Daniel, e Guarino Guarini edifica la Cappella della Sindone per ospitare la preziosa reliquia.

Nel Settecento viene chiamato, per alcuni interventi di modifica, l'architetto Filippo Juvarra. Egli realizza per il Palazzo la Scala delle Forbici costituita da doppie rampe e il Gabinetto Cinese decorato dagli affreschi settecenteschi di Claudio Francesco Beaumont, artista di corte durante il regno di Carlo Emanuele III. Sempre Juvarra redigerà il progetto e relativi disegni, del magnifico "Gabinetto per il Segreto Maneggio degli Affari di Stato". Un ambiente, altamente decorato sia nella volta, con le pitture di Claudio Francesco Beaumont, sia nelle boiserie, con specchi e legni intagliati e dorati. Inoltre nello stesso ambiente, si trovano i due grandi mobili dell'ebanista, Pietro Piffetti. I due mobili, uno di fronte all'altro, sono alti più di 3 metri e sono realizzati con legni pregiati, avorio, madreperla e decorazioni bronzee. Nel piccolo vano attiguo che prende il nome di "andito al Pregadio", si trovano i magnifici pannelli dipinti da Carlo Andrea Van Loo.

Nell'Ottocento i lavori di restauro e modifica vengono affidati a Ernesto Melano e Pelagio Palagi che si ispirano all'antichità e alla cultura egizia. Il Palagi realizzò la grande cancellata con le statue di Castore e Polluce, che chiude la piazza antistante il Palazzo. Poco dopo l'Unità d'Italia viene realizzato lo Scalone d'Onore sul progetto di Domenico Ferri. La volta dello Scalone d'Onore è dipinta da Paolo Emilio Morgari e rappresenta l'apoteosi di Re Carlo Alberto e del duca Emanuele Filiberto. Trasferita la capitale a Roma, il Palazzo si trasforma da abitazione a Museo pubblico. Il Giardino venne riprogettato a fine Seicento da André Le Nôtre con vari bacini e suggestivi sentieri ornati da fontane e statue. Il Giardino venne negli anni risistemato e restaurato da diversi architetti.

La balaustra è opera di Giovanni Battista Casella "de Monora" e di Mattia Solari (1660).

Origini della dimora

Il palazzo fa parte di un complesso di edifici, siti nel centro cittadino, che si possono annoverare, certamente, tra i più antichi e ricchi di fascino di Torino: è prossimo al sontuoso Palazzo Madama, uno dei più singolari connubi tra arte antica, medioevale, barocca e neoclassica che si ricordino. A questo proposito, Palazzo Reale è di origini, se non paragonabili per epoca al ben più remoto Palazzo Madama, quantomeno molto precedenti di quel che l'austera facciata possa far sembrare: in origine, l'edificio era adibito a palazzo vescovile, fino almeno al XVI secolo, cosa che ne fa presupporre una fondazione ben più remota.

Il fasto della dimora vescovile può essere solo immaginato, in quanto ben poco si è salvato del periodo precedente al Cinquecento: in ogni caso, doveva avere un fascino ed una magnificenza superiori al già celebre Palazzo Madama se, al momento di trasferire la sede ducale da Chambéry a Torino, Emanuele Filiberto I di Savoia lo scelse come sua personale dimora, cacciandone il legittimo proprietario, dopo aver passato qualche anno nell'adiacente castello di Palazzo Madama, poco consono, forse, per essere elevato a corte.

Fu così che il vescovo venne lasciato dimorare nell'attiguo Palazzo di San Giovanni, mentre la nuova residenza della corte divenne il Palazzo Ducale di Torino, un passaggio che segnò profondamente l'architettura della piazza e della città stessa: siamo nel Cinquecento, e la geografia urbanistica della capitale sabauda relega l'edificio al limitare del muro di cinta, facendone un facile bersaglio per un ipotetico assedio. Non a caso, quindi, sotto Carlo Emanuele II di Savoia si amplierà la città partendo proprio dal lato del palazzo, creando quindi via Po fino a piazza Vittorio Veneto.

Il periodo d'oro  Vittorio Amedeo III: i lavori che caratterizzarono il suo matrimonio sono quelli forse più visibili nel palazzo

Con la morte di Carlo Emanuele I di Savoia nel 1630, iniziamo a considerare la vera evoluzione del Palazzo, che al tempo del "Grande Duca" aveva visto ben poche modifiche, tra le quali si annovera un tempietto circolare interno. La parentesi di Vittorio Amedeo I di Savoia pone alla sommità del ducato una donna, Maria Cristina di Borbone-Francia, definita "Madama Reale", grande estimatrice di questi luoghi. Ed è, infatti, per sua volontà che, dopo i disastri provocati dall'assedio del 1640, che danneggiarono sensibilmente l'edificio, vennero ricostruiti gli ambienti, chiamando il grande architetto di corte Carlo di Castellamonte, col figlio Amedeo; essi realizzarono in gran parte la facciata e gli interni, anche se molti dei lavori che li contraddistinsero vennero, come si vedrà, vanificati dai successivi ritocchi al Palazzo, ordinati dagli stessi sovrani a partire dal 1722 in onore dei matrimoni, specie al secondo piano, dei loro primogeniti.

L'epoca d'oro, quindi, risale proprio ai grandi fasti successivi alla fine dei lavori di ricostruzione, e che potremo collocare già dal 1656, anno della fine dell'imponente e severa facciata di Amedeo di Castellamonte. Ma, se sotto l'austero regno di Vittorio Amedeo II di Savoia il lusso sembrò svanire dalla corte, ridotta per numero e molto censurata nei costumi e nelle frivolezze, ecco che dal 1722, anno del matrimonio di Carlo Emanuele, erede al trono con la principessa palatina Cristina di Baviera-Sulsbach, il lusso tornò ad imperversare nella dimora, almeno nel secondo piano, dedicato dal re di Sicilia[1] al figlio: i lavori, in questa fase, furono diretti da Filippo Juvarra, e molto ancora venne realizzato in seguito all'abdicazione di Vittorio Amedeo, quando il nuovo sovrano si dedicò con estrema apertura alla vita mondana.

E, se per gli allestimenti dell'erede Carlo Emanuele venne chiamato a corte Filippo Juvarra, anche per i successivi matrimoni i sovrani non lesinarono sulla committenza: per le nozze di Vittorio Amedeo III con Maria Antonietta di Borbone-Spagna, venne incaricato Benedetto Alfieri, architetto di corte dal 1739, già rinomato in Piemonte come grande architetto. Poi, quando il secondogenito di Vittorio Amedeo III, Vittorio Emanuele, duca d'Aosta ottenne un'ala della residenza, furono Carlo Randoni e Giuseppe Battista Piacenza a ridisegnare le sale che oggi prendono il nome di Appartamenti del Duca D'Aosta.

Anche Carlo Alberto commissionò dei rifacimenti, per le nozze, questa volta, di Vittorio Emanuele II: l'architetto, molto amato da Carlo Alberto, fu Pelagio Palagi, già autore della grande cancellata, del 1835, visibile innanzi al Palazzo.

Il declino

Tra il 1799 e il 1815 la residenza ufficiale della famiglia reale e della corte, in esilio da Torino per via dell'occupazione napoleonica, passò temporaneamente al Palazzo Reale di Cagliari.[2]

Con l'Unità d'Italia il Palazzo rimane sede della monarchia fino al 1865: di questi anni, e precisamente nel 1862, è il grande Scalone d'Onore, su progetto di Domenico Ferri, voluto da Vittorio Emanuele II per celebrare la nascita della nuova nazione e per rendere, così, degno di tale titolo regio anche il palazzo: in questo ampio ambiente, grandi tele e statue illustrano momenti e personaggi della storia sabauda.
Con un ingente numero di arredi e di effetti personali, i Savoia si trasferirono quindi a Palazzo Pitti, a Firenze, lasciando la loro prima dimora a semplice alloggio per le loro visite a Torino.

Ulteriori lavori vennero eseguiti per le nozze di Umberto II di Savoia, nel 1930: la caduta della monarchia nel 1946 destinò questi ambienti all'oblio, tant'è che molte ali dovettero essere restaurate pesantemente, come quelle dei Duchi di Aosta al Secondo Piano.

^ Vittorio Amedeo II fu riconosciuto, con il Trattato di Utrecht seguito alla vittoria nella Guerra di successione spagnola, re di Sicilia, diventando così il primo re di casa Savoia ^ Cagliari, Palazzo Regio Archiviato il 28 dicembre 2014 in Internet Archive. URL consultato il 30 dicembre 2007
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